PUBBLICITÀ ANIMA DEL COMMERCIO E TOMBA DELL’ANIMA

Tu, che stai leggendo questo articolo, ti consideri una persona libera, ma potresti esserlo molto meno di quello che pensi: puoi capirlo attraverso una semplice domanda.

Quante pubblicità hai guardato nell’ultima settimana?

Negli ultimi decenni ci siamo abituati a considerare “gratuiti” una serie di servizi o di beni, che in precedenza erano a pagamento o non esistevano neppure: il più significativo è senz’altro la televisione “commerciale”.

La cosa più ironica di questo meccanismo è che lo spettatore/utente viene spesso indotto perfino a celebrare questa sorta di generosità in base alla quale gli sarebbe consentito di ricevere qualcosa senza conferire nulla, tanto chi paga è qualcun altro. Ma è davvero così?

pubblicità

In realtà il circolo è molto banale: l’inserzionista pubblicitario paga i programmi che lo spettatore guarda, ma non lo fa per beneficienza, né tantomeno per pareggiare i bilanci, bensì per ricavarne profitto. In parole povere se un inserzionista paga una trasmissione che costa 10, significa che sa già che ricaverà almeno 15, o 20, o 100, attraverso la vendita dei suoi prodotti… agli spettatori.

Ma non è finita qui: come sarà determinato il prezzo di quei prodotti? Essenzialmente dai costi di realizzazione e distribuzione, nonché da quelli di promozione.

Quindi, se per esempio ti trovi per le mani uno di quei telefoni cellulari che si vedono in tutti i film, sappi che buona parte del prezzo non l’hai pagata per il suo reale pregio, ma soltanto per finanziare quegli spot e tutti gli altri, fra cui c’è molto probabilmente anche quello che ti ha spinto a comperarlo.

Insomma, se hai fruito di quei servizi e visionato quelle pubblicità, adesso sai che non erano gratis, ma inclusi nel prezzo (lievitato di conseguenza) dei prodotti che hai acquistato.

A questo punto, però, dovrebbe nascere un dubbio: avevi davvero bisogno di quell’ultimo (ennesimo) modello di cellulare? O di quella pastiglia che combatte l’influenza (che in realtà non la combatte, ma rallenta solo la guarigione, illudendoti di stare bene mentre a quel malanno ti aggiunge altri “effetti collaterali”), o di quel detersivo “500 in 1” (che magari potresti farti in casa, ma non te lo dice nessuno perché sennò non ci guadagna), o di quell’abito “alla moda” (che però l’anno dopo non lo sarà più perché sennò non ci sarebbe niente da vendere)?

Esiste – forse in un mondo utopistico, o forse semplicemente “una volta” – una pubblicità “informativa”, che potremmo identificare come quella delle pagine gialle: hai una necessità, cerchi un bene o servizio, e lo puoi trovare attraverso un elenco pubblico (“pubblicità”), in cui chi lo fornisce dice sostanzialmente “io esisto e sono qui”.

Qualunque pubblicitario professionista non prenderebbe neppure in considerazione quanto sopra, nella definizione di “pubblicità”, poiché lo scopo del suo lavoro è esattamente l’opposto: non fornire l’offerta a una domanda preesistente, ma creare una domanda che non c’era.

Perché non c’era la domanda? Semplicemente perché non c’era la necessità di quel prodotto o servizio.

Siamo bersagliati di inviti a comperare, consigli per stare meglio, apparire meglio, sentirci meglio, spiegazioni su come mezzo pollice in più (o in meno) in un display può migliorare le nostre vite, su quanto liberi saremo di viaggiare con un’auto che con 1 litro di benzina percorre mezzo km in più o su quanto saremo ecologici scegliendo un ammorbidente anziché un altro.

A volte le informazioni fornite sono del tutto false, mentre molto spesso sono semplicemente fornite in modo da poter cavillosamente rispettare le leggi in materia, sfruttando però psicologia, linguaggio e statistica per raggirare i destinatari: come quelli che ti dicono di consumare il derivato animale per stare meglio, mentre quello che ti fa bene è il vegetale aggiunto, o come quegli altri che ti informano che il nuovo motore di quella moto ha 5 cv più del precedente, ma solo perché nel comunicato stampa si sono “scordati” che il vecchio modello ne aveva di più.

Come diceva il vecchio proverbio: “occhio non vede, cuore non duole”. Il semplice fatto di essere letteralmente accerchiati da messaggi promozionali di prodotti di ogni tipo, fa scattare in noi la molla della curiosità, dell’interesse, del desiderio, a prescindere dal fatto che crediamo realmente alle qualità decantate o meno: del resto le pubblicità oggigiorno spesso non dicono neppure nulla in merito ai contenuti, ma si limitano a presentarci i beni in contesti stimolanti giusto per innescare quel desiderio innato in ognuno.

Naturalmente la meta ideale di ogni pubblicità è l’aumento dei consumi, quindi dello sfruttamento e del deterioramento dell’ambiente, non già per far fronte a reali necessità, ma semplicemente per foraggiare l’ennesimo produttore o commerciante il cui scopo è il profitto. (punto)

La freccia del profitto può salire soltanto se i consumi aumentano, quindi se si usano sempre più risorse per produrre sempre più oggetti, che produrranno sempre più rifiuti, mentre noi siamo soggiogati da noi stessi e dai venditori, e poi ci lamentiamo che il clima non è più lo stesso, che i mari sono inquinati, che “nessuno fa niente”… e intanto guardiamo l’ennesimo spot…

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