COMPLOTTISMO E COMPLOTTISMI

scie

Chi è un complottista? Un visionario, un folle, o un lucido critico del mondo in cui vive? Il termine ha una valenza negativa e, nell’uso comune, è dispregiativo: un’etichetta per mettere a tacere chi esprime posizioni “non convenzionali”. Come ogni etichetta, non tiene conto dell’individuo o del singolo caso, ma omologa tutti in un personaggio, più o meno grottesco e senz’altro stereotipato; lo stesso vale per le teorie: essere inseriti in questa categoria significa perdere ogni credibilità, essere squalificati come interlocutori.

Se sei un complottista non occorre entrare nel merito di ciò che dici: il pregiudizio nei tuoi confronti impedisce qualsiasi confronto, poiché agli occhi degli altri sei una persona inaffidabile, forse addirittura bisognosa di cure psichiatriche (o perlomeno psicologiche).

Proprio come la massa inferocita che chiede la testa dei governanti in una rivoluzione, l’opinione pubblica è capace di trasformare un pensiero razionale – come tale capace di discernere – in un pregiudizio irrazionale, cioè nell’additare ciecamente l’”altro”, tacciandolo poi di irrazionalità.

Il paradosso del cosiddetto “anticomplottismo” difficilmente può passare inosservato, eppure spesso così è: un atteggiamento irrazionale, basato sul pregiudizio, volto a minare la credibilità di qualcun altro che viene definito irrazionale.

Il presupposto dell’anticomplottismo è che i complottisti siano irrazionali, cioè che vedano in qualsiasi circostanza ciò che vogliono vedere, anziché ciò che vi è realmente, e che, pertanto, non prendano in considerazione i fatti, ma inseguano le proprie idee, sforzandosi di adattarvi la verità. Ma un simile approccio è esattamente speculare a quello che viene stigmatizzato: tu vedi complotti ovunque, io vedo complottisti ovunque. Oppure, anche: tu vedi complotti ovunque, io non ne vedo in alcun caso.

Ma è mai possibile che la verità sia tutta bianca o tutta nera? E, soprattutto, esistono davvero i complottisti?

Certo, esistono persone critiche del mondo o della società, e magari anche di se stesse: persone pronte a mettere in discussione tutto. Poi esistono persone che assumono dogmi e che, in base ad essi, rifiutano tutto o parte di ciò che contraddice quei dogmi: chi è dunque il “credulone”, fra questi? Quello che mette in discussione tutto o quello che non mette in discussione niente?

Naturalmente esistono anche le vie di mezzo: le persone non sono computer e non si esprimono in forma digitale, cioè “acceso/spento”, “tutto/niente”, “0/1”. C’è chi condivide alcune tesi “di una parte” e alcune “dell’altra parte”: secondo alcuni, forse, una persona confusa; oppure un libero pensatore.

Il problema nasce ogniqualvolta l’essere umano, naturalmente predisposto al libero pensiero, si lascia letteralmente intrappolare da schemi preordinati volti a instillare pregiudizi: ciò sospende la sua capacità critica e la riprovazione sociale normalmente correlata a una posizione funziona come deterrente. Se pensi “x”, allora sarai emarginato. Se dici “y”, allora sarai additato.

Purtroppo sia la definizione di complottismo che il discredito correlato sono il frutto del bisogno di contrapposizione, di divisione, di classificazione, di semplificazione, di svilimento della complessità della persona e della realtà. Certe posizioni di quelli che, vittime a loro volta di etichette nelle quali finiscono per adeguarsi a ciò che da loro “la società” si aspetta, si ergono ad anticomplottisti, sono doppiamente paradossali: se, da un lato, si ritengono razionali e scevri da suggestioni, dall’altro lato “spengono” la loro capacità critica e di discernimento ogni volta che un fatto viene associato al concetto di “complottismo”; inoltre, costoro allo stesso tempo sono capaci di attribuire qualsiasi nefandezza ai propri governanti, dalla corruzione all’abominio morale, ma guai a pensare che siano coinvolti in attività celate ai cittadini!

Insomma, un anticomplottista DOC addita i propri governanti come rei di mentire alla gente e di sfruttarla per i propri interessi, ma soltanto finchè a sostenerlo non è un “complottista”: in tal caso l’anticomplottista per definizione diventa uno strenuo difensore delle istituzioni e accusa quest’ultimo di malattia mentale.

Ci sono addirittura quelli che dell’anticomplottismo fanno una ragione di vita: il loro profilo tipico è quello di persone mediamente colte e istruite, ma senza particolari specializzazioni o professioni, difficilmente con elevati livelli di istruzione o di qualifiche.

Ormai Internet è affollata di interi siti dedicati all’anticomplottismo, che – nel tipico rapporto parassitario di qualsiasi ideologia “anti-qualcosa” – motivano la propria esistenza sulla base del complottismo, cioè di qualcosa che non esiste se non nella definizione di chi l’ha inventato e lo adopera. Non che sia una novità, nella storia umana, creare divisioni immaginarie, o utilizzare differenze reali, per perseguire una discriminazione, o perlomeno un apartheid ideologico: neri, ebrei, donne, zingari, poveri, infedeli, etc.

Una delle attività tipiche degli anticomplottisti consiste nel controargomentare, in modo apparentemente logico ed esaustivo, alle tesi cosiddette complottiste, per poi giungere alla dimostrazione finale. Naturalmente, nel momento in cui si assume il ruolo di anticomplottista e si approccia una tesi categorizzata come complottista, si assume un ruolo sociale ben preciso e una funzione che, al di là del singolo caso, preordina ad affrontare in modo ideologico la questione; insomma, non si tratta di una riflessione realmente aperta, poiché la mente di chi scrive è preordinata a indirizzare tutto verso una conclusione già scritta e sancita.

Come dimostra l’esperimento carcerario di Stanford condotto da Philip Zimbardo nel 1971, perfino persone del tutto omologate tra loro, casualmente suddivise tra carcerieri e carcerati, si immedesimano a tal punto nel proprio ruolo da affrontare l’esperienza con assoluta determinazione e fino all’estremo[1]: ciò è indice di quanto sia implicitamente restrittivo e vincolante della libertà di pensiero adottare etichette e pregiudizi, oppure accettare (o ricercare) ruoli che si basano su uno schieramento aprioristico e assoluto. Essere “anti” è sempre indice di una simile restrizione, poiché – per definizione – si dipende integralmente da ciò che si contesta e non si è pertanto pensatori indipendenti, bensì meri oppositori.

Tre esempi “classici” del cosiddetto complottismo potranno chiarire meglio le reciproche posizioni:

1)     GLI UFO

Alcuni sostengono che gli alieni siano sulla Terra (o nelle vicinanze) e che interagiscano con gli umani. La cosiddetta “teoria del complotto” in questo caso afferma che diversi governi sappiano e che celino la verità ai cittadini. Queste affermazioni si basano, alternativamente o cumulativamente, su fonti quali:

-        personale o ex personale militare, politico o governativo,

-        documenti cartacei,

-        registrazioni audio e video e fotografie,

-        reperti,

-        analisi di laboratorio,

-        osservazione diretta,

-        prove testimoniali,

-        informazioni raccolte mediante ipnosi,

-        formulazioni basate sulla logica.

Per contro, gli anticomplottisti considerano sempre e comunque soltanto singoli o sparuti elementi, dimostrandone (in modo più o meno corretto) l’infondatezza. Mai nessuno ha affrontato tutte le fonti sopra elencate (cioè ogni categoria, non necessariamente ogni singolo elemento), smentendole. La maggior parte delle controdeduzioni alla “teoria complottista” si basa su considerazioni astratte e assolute, quali:

-        non è possibile viaggiare oltre la velocità della luce, quindi essere raggiunti da altri esseri intelligenti,

-           gli alieni, se ci visitassero, non avrebbero motivo di non rivelarsi,

-        gli alieni, se ci visitassero, sarebbero talmente evoluti da poter affrontare qualsiasi situazione derivante da un contatto, oppure non avrebbero interesse a contattarci,

-   gli alieni, se ci visitassero, sarebbero sicuramente aggressivi e noi non rappresenteremmo per loro alcuna minaccia ai piani di invasione,

-           i governi non avrebbero motivo di mantenere il silenzio,

-           per i governi sarebbe impossibile mantenere il silenzio su eventi di una tale portata,

-      se i governi o gli alieni non volessero divulgare la notizia della presenza aliena, avrebbero i mezzi per riuscirci e non sarebbero così inetti da far trapelare documenti o notizie o da mostrarsi.

Gli argomenti di logica sono sicuramente utili, ma non possono essere usati per contrastare documenti o altre prove: in singoli casi gli anticomplottisti hanno dunque anche contestato documenti o testimonianze, ora tacciando di follia i testimoni, ora dichiarando la falsità dei documenti. In ogni caso è evidente che perfino alcuni degli argomenti di logica adoperati dagli stessi anticomplottisti sono contraddittori, mentre la loro stessa natura deduttiva li rende del tutto controversi e ampiamente smentibili con analogo procedimento. Per esempio, le questioni collegate ai vincoli spaziotemporali sono basate sulla nostra scienza, che per definizione è limitata e all’oscuro della maggior parte dei fenomeni fisici: utilizzare una conoscenza limitata e imperfetta per escludere con certezza ciò che non si conosce sembra più fede che razionalità. Sicuramente la fede nella scienza non è dissimile da quella nella religione, posto che proprio alla base del metodo scientifico c’è la dimostrazione, ma non si può definire impossibile qualcosa di cui non è dimostrata l’impossibilità per mancanza di mezzi o concetti.

Soprattutto, la logica deve cedere il passo alle prove: non è sufficiente dimostrare (o sostenere) che un video sia falso o manipolato per concludere che tutti lo siano. Al contrario, è sufficiente dimostrare la veridicità di un singolo elemento per provare tutto il resto. Ad esempio, persone che lamentavano “adduzioni” aliene sono state operate e nel loro corpo sono stati trovati oggetti artificiali contenenti sostanze in rapporti isotopici non presenti sulla Terra: in parole povere qualcuno ha creato dei marchingegni microscopici con elementi extraterrestri e li ha impiantati con una tecnologia chirurgica a noi non nota in quelle persone. Questi sono fatti comprovati, così come ce ne sarebbero migliaia di altri, che non occorre accertare o smentire uno per uno, ove di uno soltanto sia chiara la genuinità e univoca l’interpretazione.

2)     LE SCIE CHIMICHE

Sulle scie chimiche probabilmente non è un caso che sia in atto il più rilevante scontro tra sostenitori e detrattori della teoria del complotto: la questione, infatti, riguarda i governi e tutta la popolazione, così come l’ambiente, la salute, il clima. Questioni essenziali sulle quali difficilmente si può sorvolare. La cosa più interessante di quest’argomento è che gli anticomplottisti sembrano non possedere la capacità di guardare il cielo per un paio d’ore consecutive: sebbene il fenomeno descritto sarebbe di frequenza quotidiana (o quasi), e documentato attraverso fotografie e video, le obiezioni alla “teoria del complotto” sono sempre e soltanto basate su dati teorici o informazioni astratte.

La “teoria del complotto” sostiene che ci sarebbero delle scie chimiche nel cielo, prodotte da aerei di linea riforniti con carburante speciale, oppure anche da appositi aerei, che servirebbero a scopi variabili, a partire dal controllo climatico, fino a quello sulla mente delle persone, dall’avvelenamento dell’aria e del suolo, fino al tentativo di provocare disastri naturali, etc.

Alcune delle questioni più osservate a favore dell’esistenza delle scie chimiche sono:

-     la persistenza nel cielo superiore rispetto a quella delle normali scie di condensazione (decine di minuti od ore, anziché secondi o minuti),

-      la maggiore larghezza rispetto alle scie di condensazione,

-      il sistematico allargamento delle scie di origine, fino alla creazione di nuvole artificiali,

-      la velatura di tutto il cielo entro poche ore dalla comparsa delle prime scie,

-      l’alone “chimico” visibile in controluce con il sole nelle velature,

-    la presenza al suolo di alcune sostanze (in particolare metalli pesanti) in concentrazioni maggiori rispetto ad aree non “irrorate”,

-    il manifestarsi o l’acuirsi di patologie collegate con l’assunzione di alcune delle sostanze di cui sopra,

-        le rivelazioni di personale o ex personale militare o governativo,

-        i rilievi di medici e scienziati[2],

-        la presenza di norme, leggi o accordi in materia,

-        documenti, fotografie e video.

La più comune smentita riguarda il fatto che le scie di condensazione siano un fenomeno noto e diffuso dall’introduzione dei motori a getto d’aria (jet), che, tuttavia, sarebbe un fatto collegato a determinate caratteristiche chimico-fisiche e pertanto verificantesi soltanto con date temperatura, umidità, pressione, altitudine. Ciò spiega le scie di condensazione, ma non tutte le differenze osservate tra le due tipologie. In alcuni casi sono esaminati singoli documenti, quali video o fotografie: anche in questo caso l’esistenza di un falso o di un errore non consente di smentire tutto il resto, mentre la sussistenza anche di un solo elemento non altrimenti spiegabile implica la fondatezza della teoria o di una sua parte.

Sicuramente in questo caso l’argomentazione logica pare ben più sensata di quella scientifica: tutti respiriamo la stessa aria, esponenti del governo e semplici cittadini. Si tratta di un dubbio più che legittimo, che deve indurre a delle riflessioni (che cosa si propagherebbe? Quale sarebbe lo scopo? Ci sarebbero controindicazioni per la salute umana? È possibile che ci siano vaccini o antidoti?), ma che di per sé non può essere sufficiente a smentire “qualsiasi” altra prova o argomento.

3)     11 SETTEMBRE 2001

Anche su questa vicenda ci sono contrapposizioni ideologiche eccezionali, acuite dalle opinioni politiche. La “teoria del complotto” sostiene che gli attentati sarebbero stati organizzati ad arte dal governo americano, al fine di legittimare azioni militari in paesi stranieri, con il fine di assecondare lo sfruttamento delle loro risorse, nonché l’eliminazione di personaggi o nemici scomodi, oppure ancora per realizzare un più ampio progetto di controllo globale.

La tipologia di argomentazioni adottate dai complottisti:

-        calcoli matematici e fisici (tempo di caduta libera, temperatura di fusione dell’acciaio, etc.),

-        documenti contabili (operazioni di mercato in speculazione preventiva),

-        documentazione attestante rapporti tra governanti americani e leader di paesi/gruppi coinvolti nell’organizzazione degli attentati o dalle operazioni belliche successive,

-        fotografie, video,

-        testimonianze dirette,

-        logica.

Anche in questo caso le teorie anticomplottiste non hanno mai preso posizione su alcune circostanze o prove, mentre hanno tentato di confutarne altre. Anche in questo caso una sola prova valida è sufficiente a dimostrare l’erroneità della versione ufficiale (il che, ovviamente, non significa necessariamente spiegare fin nei dettagli l’evento e le relative cause). Per esempio, se la teoria del complotto dice che la temperatura prodotta dalla combustione del kerosene non è sufficiente a sciogliere l’acciaio, gli “anti” dicono che in quelle particolari condizioni ciò sarebbe stato possibile. Se i complottisti dicono che uno dei passeggeri del volo United 93 avrebbe chiamato al cellulare la madre presentandosi con nome e cognome, osservando peraltro che la copertura delle celle, la velocità e la distanza da terra avrebbero reso impossibile perfino la chiamata stessa, gli “anti” dicono che non è necessariamente vero e che il telefono può funzionare anche in quelle condizioni, oppure che una persona sotto stress e davanti alla morte può sparlare (e quindi presentarsi alla madre con il cognome). Eppure il sottoscritto ha provato a telefonare con un cellulare dall’aereo in fase di atterraggio in aree urbane, dopo 10 anni (di sviluppo tecnologico) dai fatti, senza riuscire nemmeno a ricevere alcun segnale telefonico. Restano poi del tutto inspiegate cose come il volo che precipita al suolo “scomparendo”, cioè senza lasciare rottami, mentre un altro riesce a perforare svariati muri perimetrali del Pentagono… salvo poi sparire anch’esso. Restano inspiegate le testimonianze dei soccorritori immediatamente dopo i fatti, che dicono che un palazzo è stato buttato giù con le cariche esplosive.

Insomma, chiunque voglia sostenere che una tesi contraria è falsa e infondata ha buon gioco nel farlo: è sufficiente prendere alcuni elementi, traballanti, magari manipolarli o travisarli lievemente, e contestarli con dati o ragionamenti che di per sé potrebbero essere perfino corretti, ma del tutto irrilevanti a fronte di prove inconfutabili, contro le quali, invece, non avendo argomenti, si sorvola letteralmente.

In tal modo la persona cessa di essere libera pensatrice e diventa anticomplottista di professione, fornendo a tutti i “fedeli” argomentazioni che non devono essere assolute e incontrovertibili, ma soltanto verosimili e non palesemente pretestuose, così da consentire a ciascuno di trovare ciò che desidera, cioè facili conferme dei suoi pregiudizi.

Del resto dire che i complotti non esistono per definizione è esattamente lo stesso tipo di fideismo che porta a dire che i complotti esistono sempre e ovunque: la logica e il buon senso suggeriscono che l’unica regola universale a tal proposito sia che in una società caratterizzata dallo sfruttamento sistematico e dall’ipocrisia seriale non c’è nessun motivo per escludere a priori nulla.

In conclusione, la speranza è quella che si possa andare oltre le etichette, oltre l’esigenza di creare barriere mentali e pregiudizi, e acquisire la capacità di valutare ogni situazione e ogni persona per ciò che è, senza costringere il proprio pensiero entro le sbarre di prigioni delle quali siamo noi stessi gli artefici, con l’invito a riflettere: è più razionale chi mette in discussione tutto, oppure chi classifica quali categorie possono essere messe in discussione e quali sono intangibili?


[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_carcerario_di_Stanford

[2] http://en.wikipedia.org/wiki/Russell_Blaylock

(fotografia tratta da google maps, street view, all’URL indicato nell’immagine, riproducente un percorso nello stato americano dello Utah. La scia verde non è un artefatto dell’immagine ed è presente anche in altre inquadrature)