APOLOGIA DELLA CRUDELTÀ

addio mondo crudele

In questo articolo intendo dimostrare una tesi perlomeno controcorrente e ampiamente contraria al senso comune: la crudeltà di un conflitto è un bene, ed è dunque di gran lunga più auspicabile un conflitto crudele, rispetto ad uno “umano”.

DEFINIZIONI

Con il termine “conflitto” indicherò qualsiasi situazione di contrapposizione violenta, cioè estrinsecantesi in una aggressione fisica.

Con il termine “crudele” indicherò un’azione non edulcorata, cioè che, a parità di risultati rispetto ad altra, non sia caratterizzata da un’attenuazione esteriore della carica violenta o della lesività intrinseca.

Con il termine “umana” indicherò l’azione caratterizzata da una attenuazione esteriore della carica violenta o della lesività intrinseca.

I termini “crudele” e “umano” sono qui adoperati come contrapposti.

Con il termine “risultato” indicherò l’effetto conclusivo delle azioni, verificantesi a conclusione delle stesse.

Con il termine “asettico” indicherò una condotta o una circostanza incapace di suscitare coinvolgimento, emozioni, empatia.

PREMESSE

Questa riflessione scaturisce dall’analisi dell’evoluzione storica e culturale dei conflitti, in particolare, e delle responsabilità, più in generale.

Il conflitto per eccellenza nel genere umano è la guerra, e i metodi attraverso i quali viene condotta sono ampiamente rappresentativi del periodo storico e del pensiero dominante.

Oggi, nel mondo occidentale, le posizioni ufficiali in tema di guerra sono notevolmente cambiate rispetto a pochi decenni fa, e, al più, si distingue fra il considerarla un male assoluto e un male necessario: ufficialmente nessun governante occidentale oggi dichiarerebbe di considerare la guerra un bene.

Eppure le guerre continuano a esistere in tutto il mondo: le nazioni occidentali vi partecipano, le provocano, le finanziano, le appoggiano, le promuovono, le supportano, ma non le subiscono.

L’evoluzione tecnologica ha consentito di rendere sempre più asettici i conflitti: se nell’antica Grecia affrontare una guerra significava avventurarsi in marce pedestri per giorni, settimane o mesi, buttarsi nella mischia e rischiare mutilazioni, morte e spesso lunghe agonie, oggi il pilota di un aereo può sganciare una bomba e sotto di lui migliaia di persone perdere la vita. Un ufficiale, o perfino un politico, può premere un bottone e far decollare un missile che distruggerà una città intera, o magari un continente, o tutto il pianeta.

Questo è l’effetto dell’alienazione tra azioni e risultati: un conto è uccidere a mani nude un proprio simile, mentre tutt’altro è premere un bottone o un grilletto.

Il presente favorisce e incentiva il distacco e l’alienazione tra azioni e conseguenze: quale futuro è prevedibile, mantenendo questo indirizzo? E come intervenire per cambiare la situazione?

IL MITO DELLA VIOLENZA “UMANA”

Negli ultimi 100 anni la società occidentale ha istituito un numero sempre crescente di diritti nei confronti di un numero sempre maggiore di individui e categorie, animali compresi.

Negli ultimi 100 anni la società occidentale ha:

-        creato e perfezionato le armi di distruzione di massa,

-        provocato l’estinzione di circa il 50% delle specie animali terrestri,

-    consolidato e istituzionalizzato l’uccisione sistematica di animali non umani con metodo industriale,

-        alterato gli equilibri ecologici e biologici in modo significativo,

-        realizzato interventi di manipolazione genetica della natura con metodo industriale.

C’è una evidente contraddizione tra dichiarazioni di intenti (diritti) e azioni concrete: com’è possibile che le buone intenzioni siano aumentate esponenzialmente, di pari passo con le cattive azioni?

È il mito della violenza “umana” (o compassionevole): se prima era lecito uccidere qualcuno per scopi velleitari, oggi lo è ancora, ma a condizione di non ammetterlo o di non mostrarlo.

La violenza “umana” è semplicemente violenza nascosta, oppure delegata: l’ultima frontiera della delega è quella robotica, per cui l’umano demanda alla macchina di compiere ciò che egli disprezza, o teme, o lo infastidisce.

Astenersi dal praticare la violenza ha reso la soglia della sua percezione più bassa per tutti noi, così rendendoci più sensibili e restii a praticarla. Da un certo momento in poi, incapaci – come società più che come individui – di privarci della nostra componente violenta, abbiamo avviato un processo di separazione e di negazione, istituzionalizzando un nuovo credo: la violenza “umana”.

Rispetto ai nostri predecessori, che praticavano la violenza “crudele”, abbiamo trovato il modo di sentirci superiori e più evoluti semplicemente professando l’umanità della nostra violenza quotidiana.

A questo punto è subentrata la delega: eserciti di professione, macchine da guerra, mattatoi meccanizzati e nascosti. Tutto come con le nostre automobili ibride, considerate ecologiche non in quanto realmente di minore impatto rispetto ad auto tradizionali, bensì semplicemente in quanto capaci di incarnare l’idea dominante di una società troppo sensibile per accettare i propri impulsi violenti, ma incapace di rinunciarvi.

Il nostro paradigma è: “Fai ciò che vuoi, purchè non si noti, oppure si possa giustificare”.

L’ESIMENTE DELLO STATO DI NECESSITÀ

Non tutto si può giustificare applicando un criterio morale: per quanto “infimo” o “degenerato”, qualsiasi sistema morale considererà immorali, quindi deprecabili, quelle condotte che non sono passibili di giustificazione adoperando i criteri di riferimento della morale.

Uno dei criteri fondamentali per discriminare tra moralità e immoralità nella cultura filosofica e giuridica oggi dominanti in occidente è il cosiddetto “stato di necessità”, cioè una condizione eccezionale e immanente che obbliga il soggetto a compiere azioni che normalmente non sarebbero consentite, né tollerate, al fine di sottrarsi a un pericolo grave, concreto e non altrimenti evitabile.

L’esimente dello stato di necessità è senza dubbio lo strumento oggi maggiormente adoperato per coltivare il mito della violenza “umana”: non si invade una nazione per appropriarsi delle sue risorse, bensì per reagire ad attacchi (reali o simulati), o per prevenirli. Non si uccidono animali non umani per profitto, ma per sopravvivere. Non si accetta qualsiasi lavoro “purchè ben remunerato” per soddisfare effimere velleità, ma per sopravvivere.

Abbiamo una serie di concetti, quasi preinstallati nella nostra coscienza, che funzionano come interruttori, letteralmente “spegnendo” qualsiasi critica dinanzi a situazioni che altrimenti non esiteremmo a condannare e comunque a deprecare.

Insomma, il messaggio subliminale è chiaro: “Non serve evitare la violenza: basta che sia asettica e giustificabile, anche se ingiustificata”.

UNA GUERRA INCREDIBILE

Come la maggior parte degli incarichi più gravosi, le macchine si stanno facendo carico anche di quelli più moralmente discutibili, o esteriormente spiacevoli. Tutto diviene più asettico, più impersonale, più distaccato.

Uccidi, ma con una scarica elettrica, anziché con un martello. Imprigiona, ma senza catene. Stupra, ma senza godere. Umilia, ma senza compiacertene. Sfrutta, ma senza ammetterlo. Sporca, ma raccogli tutto sotto al tappeto buono. Raggira, ma in buona fede. Distruggi la natura, ma per il suo bene.

Non guardare negli occhi la tua vittima. Non bagnarti nel suo sangue. Non ascoltare il suo ultimo respiro. Non sentire il suo ultimo battito. Non guardarla contorcersi negli spasmi del decesso. Non mostrare i figli orfani del tuo nemico. Non colpire con un pugno: premi un grilletto. Non rischiare la tua vita, o la tua casa, ma quelle degli altri.

Così le nostre guerre e i nostri olocausti sono adatti ai vigliacchi, e anche una generazione sensibile può praticarli senza timore.

Ormai qualche decennio fa nella serie televisiva Star Trek l’episodio intitolato “Una guerra incredibile” proponeva una situazione apparentemente inverosimile, ma che sembra sempre più (drammaticamente) attuale: due popoli in guerra da oltre 500 anni che hanno deciso di rendere completamente asettica la loro guerra, sottraendovi tutta la violenza e la distruzione “collaterali”. Quella guerra infinita è stata resa virtuale: tutto avviene all’interno di un computer, e soltanto la morte è reale, quindi chiunque venga considerato ucciso nella simulazione è obbligato a presentarsi per essere “giustiziato”. Si tratta della guerra “umana” per definizione, in quanto priva di qualsiasi violenza gratuita, cioè estranea alla violenza suprema dell’uccidere.

Ma l’aver reso più “civili” o “umani” i nostri conflitti non li ha resi meno ingiusti: ci ha soltanto reso l’ingiustizia meno percettibile, quindi più a lungo tollerabile. Perché preoccuparsi di qualcosa che non affligge il nostro modo di vivere o non ci pone dinanzi a scelte gravose?

Esattamente come i popoli di quell’episodio di Star Trek, noi stiamo adoperando tutti gli espedienti possibili per procrastinare le scelte coerenti rispetto ai valori che professiamo di condividere, e dei quali non percepiamo neppure la lesione.

CONCLUSIONI

Ogni parte di crudeltà che sottraiamo ai nostri conflitti non rappresenta affatto un passo verso la loro cessazione, bensì un incentivo a proseguirli.

Mentre alcune persone sono indubbiamente inclini a riconoscere il dovere morale sotteso a talune condotte, a prescindere da come esse si estrinsechino, molte più persone hanno bisogno di passare attraverso l’emotività per realizzare in modo primitivo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Alcuni considerano una guerra un male assoluto. Molti comprendono il male della guerra soltanto sperimentandola in prima persona: questi ultimi appoggerebbero un conflitto virtuale senza riserve. Alcuni considerano l’uccisione di animali a scopo alimentare un male assoluto. Molti pensano che, se sono trattati “bene” e uccisi “umanamente”, sia legittimo nutrirsene.

Edulcorare, attenuare, mitigare, trascurare, coprire, mascherare, nascondere il prezzo della violenza è soltanto un modo per perpetuarla. Quanti, nella società occidentale contemporanea, vorrebbero una guerra, se dovessero lasciare i propri comfort per partire al fronte, rischiando di perdere tutti i propri beni in un bombardamento, e veder morire i propri cari? Quanti, nella società occidentale contemporanea, mangerebbero carne, se ciò significasse imparare a uccidere “crudelmente” per mano propria?

In conclusione, ritengo che l’apologia della crudeltà nella violenza sia l’unica via percorribile per responsabilizzare chiunque si accinga a praticarla, consentendogli di apprezzarne concretamente gli effetti, fino a realizzare che non esiste alcuna violenza umana, poiché non esiste alcuna violenza necessaria, né tantomeno giusta.

(photo credit: http://crilleb50.deviantart.com/art/Good-Bye-Cruel-World-197783670)