TUTTO PERFETTO

muro

Tutto era perfetto, in quell’uggioso mercoledì sera di mezzo autunno.

Tutto perfetto.

P – E –R – F – E – T –T – O

Continuava a ripeterselo, Max, in quell’uggioso mercoledì sera di mezzo autunno.

Faceva freddo, ma non freddissimo. Eppure era freddissimo.

Tutto perfetto.

Un colpo d’occhio alle lancette, poi un altro, e un altro: sì, tutto funzionava ancora. Il tempo continuava a scorrere. Eppure non passava.

Tutto perfetto.

Gli occhi fissi, sullo schermo di fronte a lui, eppure gli pareva di poterlo sentire, quel rettangolo sulla parete, giusto un pochino più scuro di tutto il resto, e quel chiodo ancora lì a far bella mostra di sé. Non serviva guardarlo per sapere che c’era. Era lì, e ci sarebbe rimasto ancora per chissà quanto tempo. Anche lui un superstite, proprio come Max: entrambi avevano avuto, una volta, una loro utilità; entrambi l’avevano poi perduta.

Tutto perfetto.

Ogni tanto si domandava se fosse già trascorso un anno intero, poi si rispondeva da solo: “Un anno, 11 mesi, 13 mesi e mezzo: che diavolo vuoi che cambi?”. Il conto alla rovescia era partito, ma nessuno aveva saputo dirgli esattamente quanto sarebbe durato.

Tutto perfetto.

Appena ricevuta la notizia Max si era preoccupato, ma la fiducia (o forse semplicemente la fede), la speranza, e la sua innata testardaggine gli avevano fatto pensare di non essere realmente alla fine. Ecco, forse era proprio ciò di cui non si capacitava: non aver potuto fare proprio niente. Eppure si trattava della sua vita. Ogni tanto provava a tornare indietro con la memoria, quasi a cercare il momento esatto in cui una sua azione avrebbe potuto fare la differenza e qualche volta addirittura gli piaceva illudersi che, se si fosse concentrato abbastanza, avrebbe potuto riuscirci perfino da lì, cioè dal suo futuro ormai presente.

Tutto perfetto.

Non stava affatto bene, ma da fuori probabilmente avrebbe ingannato molti di voi: aveva avuto, una volta, una specie di faro che gli brillava dentro e la luce riusciva a irradiarsi ben al di fuori di lui. Al mattino, appena sveglio, provava una sensazione quasi di ebbrezza: un misto di curiosità, voglia di fare e aspettative. Quali traguardi raggiunti lo avrebbero accompagnato la notte, al ritorno tra quelle lenzuola? Ora, invece, era tutto diverso: ogni mattina il risveglio significava fare i conti con la sua dura realtà. Ogni sera coricarsi significava che un giorno in più lo avrebbe separato dall’inizio della fine e uno in meno dalla fine vera e propria.

Tutto perfetto.

“Dicono che certe esperienze accadono perché sono necessarie, dunque va bene così”, continuava a ripetersi Max, che era già transitato da tutti i luoghi, comuni o meno, tipici della sua condizione. Dapprima aveva negato, poi aveva sperato, provando a seguire tutte le terapie che gli erano state consigliate, e qualche volta convincendosi perfino che stessero avendo effetto e che avrebbe potuto tornare a essere se stesso e a continuare la propria vita. Poi era arrivata la paura, anzi la disperazione. Alla fine era subentrata la rassegnazione, e le giornate avevano iniziato susseguirsi uguali a se stesse: giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno. Uno scorrere che sembrava infinito, pur sapendo che invece la fine sarebbe arrivata presto.

Tutto perfetto.

Certo, nell’accezione latina del termine: tutto compiuto. Ecco, era esattamente così che si sentiva Max: tutto ciò che doveva compiere in quella sua vita, gli pareva ormai di averlo compiuto. Tutto perfetto, quindi: nessun conto in sospeso, nessuno scopo per cui continuare, nessun obiettivo da perseguire.

Adesso mancava veramente poco: Max aveva iniziato ad accarezzare l’idea di interrompere quella vita da quando aveva avuto consapevolezza di aver vissuto per lungo tempo all’interno di una bolla, un’illusione tanto bella quanto drammatica era stata la sua conclusione. Ormai era passato un anno, forse poco meno, forse poco più: non si ricordava la data esatta, forse perché il giorno in cui lei l’aveva lasciato lui non ci aveva creduto veramente. Aveva combattuto strenuamente per riconquistarla, per dimostrarle di essere capace di quell’amore e di quella condivisione che in passato le aveva fatto mancare. Aveva pianto, scritto poesie, canzoni, perfino un libro. Ma niente, nulla era servito a niente. Lei non l’aveva semplicemente lasciato: come se fosse morta, un giorno era tutto della sua vita e il giorno dopo, semplicemente, non esisteva più.

Le storie a volte finiscono: di ciò Max era perfettamente consapevole, ma non era questo a turbarlo. Non era neppure il fatto che tutti quei “ti amo”, pronunciati e scritti all’inverosimile, si fossero poi rivelati del tutto illusori. Anche questo gli era già tristemente noto, per averlo vissuto.

Con gli occhi gonfi di lacrime, vagando tra le mura di quella che era stata un tempo “casa loro” come uno spirito inquieto che infesta un vecchio maniero, per tutto quell’anno Max aveva contemplato ogni regalo, ricordo o souvenir, e perfino quel chiodo superstite e quella velata sagoma che era stata impressa nel muro dalla cornice con la loro fotografia, ormai assente da oltre un anno.

Si era domandato infinite volte cosa ne fosse stato, non tanto dell’amore, che per definizione va e viene in modo spesso impossibile da predire o da indovinare, quanto della stima, della condivisione e del bene che lei aveva giurato e spergiurato così a lungo.

Gli aveva detto infinite volte che lui era per lei la famiglia e, anzi, sarebbe venuto sempre prima di quella da cui era nata: perché mai, dunque – si ripeteva Max – ogni distacco da quest’ultima era poi stato sanato, mentre le era risultato talmente facile cancellare completamente lui?

Aveva riflettuto a lungo sui pro e sui contro di quella sua decisione che alcuni avrebbero definito estrema, a volte non senza ironia: gli era tornato spesso alla mente quel film comico in cui un amico spiega all’altro, afflitto da pene d’amore, che di questo non si muore e che occorre soltanto il tempo necessario a superare la cosa. “Ecco, allora io mi uccido per impazienza”, replicava l’innamorato abbandonato. Giusto: per impazienza si sarebbe ucciso anche Max. Ma non sarebbe stato qualcosa di futile? Non sarebbe stato meglio, piuttosto, dedicare la sua vita a una causa e agli altri? Ma lui non l’avrebbe fatto davvero per impazienza, e nemmeno per la banale delusione amorosa; non foss’altro che non riusciva proprio a immaginarsi come quei tanti ingenui o inesperti o così scarsamente lungimiranti da credere di non poter trovare una persona nel proprio futuro.

No, il problema di Max non era mai stato quello di trovare una donna: di quelle avrebbe potute averne tante. Il suo vero problema era di essersi riscoperto un sognatore in quell’ultimo anno, o poco più, o poco meno. Lei gli aveva dato un sogno: glielo consegnò come un seme gettato in una terra fredda e inospitale, che sembrava ormai sterile. Eppure quel seme riuscì ad attecchire, poiché lei lo ammassi ho con ogni cura e amorevolezza e accudì l’esile piantina che timidamente ne nacque con altrettanta dedizione. La pianta crebbe fino a divenire albero, un albero maestoso e imponente che sembrava non poter essere piegato da nessun vento nè spezzato da alcun fulmine. Così come gli uccelli, con i loro nidi, l’edera rampicante, le formiche, e mille altri, trovano ospitalità e rifugio in un simile albero, che diventa la loro casa e il loro compagno, Max, senza neppure rendersene conto, aveva costruito progettato il suo futuro attorno a quel sentimento. Non lo aveva chiesto. Lo aveva temuto. Gli era sembrato perfino troppo. Lo aveva messo alla prova. L’albero era sempre lì.

Poi un giorno, semplicemente, quella casa in cui avrebbero dovuto crescere i loro bambini era divenuta d’improvviso un insieme di muri freddi e vuoti. Anzi no, non vuoti: pieni. Pieni di ricordi. Come gli oggetti che in ogni loro gita lei aveva raccolto e conservato con uno scrupolo che a volte sembrava rasentare l’esasperazione, e che poi d’un tratto gli aveva detto semplicemente di gettare via.

Ne era proprio certo ora: non una delusione d’amore, ma la distruzione di un sogno. Anzi, la scoperta di aver vissuto un sogno. Non basta forse questo a trasformare dunque in incubo la realtà quotidiana?

Avete presente quei film americani che raccontano di una truffa così ingegnosamente architettata che neppure gli spettatori se ne rendono conto fino alla fine? A Max parve di esserne stato il protagonista. Anzi, la vittima. Niente soldi, niente macchine che sfrecciano in inverosimili inseguimenti cittadini, niente pistole e nessun montaggio adrenalinico. C’era la pupa, quella sì: la ragazza che si finge esattamente come i gusti della sua vittima impongono. Non dice mai di no. Non richiede attenzioni nè regali. È sempre disponibile. Sempre sorridente. Sempre la migliore. In testa solo uno scopo: raggiunto quello la truffa è compiuta, conclusa. Perfetta.

Tutto perfetto.

Con estrema abilità lei aveva carpito la sua fiducia, strappandogli promesse che lui avrebbe stentato a fare per propria natura, e coinvolgendolo nella sua vita come mai lui avrebbe osato pretendere.

Eppure Max non lo odiava: nel profondo del suo cuore era probabilmente convinto che lei non avesse recitato un ruolo, ma che fosse stata semplicemente troppo ingenua e giovane per distinguere tra capriccio e legame, tra “per un po’” e quel “per sempre” che lei continuava insistentemente a pretendere da lui. Tranne dal giorno in cui lui gliel’aveva offerto, e da allora per sempre.

“Per sempre”, pensava Max con un sorriso malinconico: non avrebbe mai pensato che quell’appartenenza sarebbe stata suggellata nell’eternità dalla sua stessa scomparsa.

Avrebbe voluto farlo quasi per dispetto a lei, di sopravvivere, di andare oltre, di avere una famiglia, dei figli e fare tante altre cose. Soltanto, aveva terminato il suo carburante: i sogni.

Max era certo di poter fare tante altre cose, ma ormai era chiaro che alcune non le avrebbe mai più potute fare né ritrovare. Avrebbe potuto vivere senza un braccio o una gamba, e di certo aveva dato prova nella vita di sapersi reinventare continuamente quando l’avevano buttato al tappeto e a differenza di molti altri che non avevano saputo rialzarsi. Era stato speciale una volta: aveva un sogno sempre pronto e a portata di mano, già fuori dal cassetto. Ma ora tutti i cassetti erano stati svuotati, e avrebbe potuto cercare in ogni più piccolo anfratto senza poterne trovare di nuovi: tutto ciò che quei muri gli restituivano erano soltanto ricordi dolci di un passato amaro.

Avrebbe potuto rialzarsi infinite volte, sapendo di avere qualcosa da dare al resto del mondo. Ma non stavolta: l’unica cosa che non gli sarebbe riuscita sarebbe stato vivere per se stesso. Vivere per vivere.

E così, incapace di trovarsi un senso, si sentiva semplicemente superato dagli eventi: prima era stato un diamine di coltellino multiuso nelle tasche di MacGyver. Avrebbe potuto fare un sacco di cose diverse per un sacco di gente diversa. Ormai si sentiva soltanto un’anomalia cosmica. Una bicicletta senza ruote. Un aereo senza ali. Un oceano prosciugato. Qualcosa che un tempo era stato completo e con un senso, ma che senza quel qualcosa che la vita gli aveva tolto poteva tutt’al più evocarlo, e che forse avrebbe potuto trovare ospizio all’interno di un museo.

Max, o quello di lui che ne era rimasto, poteva non essere ormai granché, ma di certo non sarebbe marcito dentro a un museo, mentre visitatori superficiali passavano additandolo distrattamente giusto un attimo prima di passare oltre e dimenticarsi di lui. Anche loro.

A questo punto il protagonista di un film che si rispetti si sarebbe acceso l’ultima sigaretta, ma Max questo vizio non se l’era mai concesso: decise piuttosto di incedere, ancora una volta, nell’unico vizio che lo aveva accompagnato in quell’ultimo anno.

Stanza dopo stanza, cassetto dopo cassetto, soprammobile dopo soprammobile, sembrava che tutto parlasse di lei. Anzi, di loro. Un libro con le poesie di Catullo: amara ironia di quei versi che lo avevano accompagnato fin dall’adolescenza e nei quali era da tempo ormai sicuro che non si sarebbe più dovuto specchiare. E invece…

Dicebas quondam solum te nosse Catullum, Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem

“Stupido! 2000 anni non ti hanno insegnato niente!” Si rimproverava, quasi compiaciuto della sua stessa ingenuità. Quante donne e a quanti uomini avevano promesso amori eterni, paragonandoli agli dei? E quante di loro avevano poi mantenuto fermi i propositi di fronte alle prove della vita?

Chissà se anche quelle donne avevano raccolto foglie, pietre, conchiglie e ogni altro tipo di cimelio per commemorare viaggi, passeggiate, celebrazioni o anche semplici momenti condivisi. Anche loro, poi, avevano gettato tutto quanto ciò che solo pochi giorni prima sembrava essere importante almeno quanto un arto o una persona amata?

Non che Max fosse privo di sensi di colpa: ne possedeva una collezione intera. Per ogni ricordo dolce della sua controparte amorosa ne aveva almeno un altro, forse due, di propri gesti esecrabili. Certo, nel momento in cui li aveva compiuti non dovevano essergli sembrati poi così sbagliati, ma allora perché faceva così male ricordarli adesso? Forse – pensò – aveva a che fare con la differenza tra il sapere e l’essere consapevoli: a pensarci bene probabilmente aveva sempre saputo quando stava sbagliando, ma ne era diventato consapevole in un tempo molto successivo.

Tanti, quando vengono lasciati, non fanno altro che guardare le fotografie della persona amata, ma questo non era stato il suo caso: in quegli occhi e in quel viso ormai riconosceva soltanto le sembianze umane dell’inganno e dell’illusione. Ma i sentimenti che aveva provato e che anche piccoli oggetti gli restituivano alla coscienza erano qualcosa di assai diverso.

“Ti ricordi quella volta che ci hanno fermati perché guidavi contromano e ti hanno chiesto se avevi bevuto e tu per sbaglio hai risposto che avevi smesso?”

“E quel mattino d’agosto assolato e ventoso, arrampicandoci sulla roccia che affacciava sull’oceano, hai avuto paura e io ti ho abbracciata portandoti giù stretta a me, mentre sentivo il cuore che ti batteva forte e le mani che ti tremavano?”

“E quando le nostre mani si erano sfiorate timidamente per la prima volta e tutto era già sembrato chiaro?”

“Ora ricordo tutto”

“Ora tutto è perfetto”, pensava Max, mentre abbandonava quelle stanze amate anche se ormai abitate soltanto dagli echi di un futuro ormai passato, e di un passato che mai sarebbe stato futuro. Lì avrebbe dovuto accudire le nuove vite che loro avrebbero inaugurato con la loro unione, e invece ormai non c’era più spazio neppure per la sua.

La morte inizia quando la vita finisce. La sua era finita un anno prima, poco più o poco meno.

La corda era già appesa: bastava soltanto aggiustarla un po’. Quel tanto che bastava per infilare la testa. Il resto sarebbe stato questione di attimi, un minuto al massimo, poco più o poco meno.

Avrebbe voluto lasciare un’ultima lettera, ma a chi? Lei non c’era più, anzi non c’era mai stata: come si può lasciare qualcosa a qualcuno che non esiste? E colei che ne aveva preso il posto di quelle sue ultime parole non avrebbe saputo che farsene. Di certo non le avrebbe capite.

Le aveva comunque mandato, poco prima, un laconico messaggio: “So che c’è un luogo in cui non ci siamo mai separati, ed è lì che ti cercherò”.

Max non aveva mai pensato alla morte come a una via d’uscita, del resto ormai era chiaro che si trovasse in un vicolo cieco, e quindi perfino una strada ancora più impervia sarebbe stata meglio dell’immobilità in cui era costretto.

Prese coraggio – benché non si sentisse affatto coraggioso in quel momento, consapevole com’era di ciò che lo aspettava – e strinse la corda attorno al collo. Mentre lo faceva il gesto sembrava assai più naturale e meno complicato di quanto se lo fosse figurato prima d’allora.

Non saprei dire se in quel momento fatidico Max non avesse versato neppure una lacrima perché oramai distaccato, o, semplicemente per averle esaurite tutte nell’ultima rassegna di oggetti cari e ricordi preziosi. Forse di fronte a quel semplice pupazzo che lei gli aveva donato come suo custode surrogato nei momenti di distanza tra di loro, dicendogli “Così quando io non ci sarò potrai sentirmi vicina”; e lei non c’era stata, ma per quanto strenuamente lui l’avesse ricercata in quel feticcio, non aveva trovato altro che solitudine.

Nella solitudine era cresciuto e con essa se ne andava.

Tutto perfetto.

Un leggero colpo del piede sinistro spostò la sedia. Il nodo si strinse attorno al suo collo e già dopo pochi secondi i pensieri e la vista iniziarono ad annebbiarsi.

“Resta con me”

“Resta con me, non andartene!”, gridava lei – gli occhi gonfi di lacrime e il viso paonazzo – mentre lui confusamente distingueva la voce amata come se l’avesse sentita soltanto pochi attimi prima, poiché l’anno passato non aveva potuto confonderne il ricordo.

Aveva letto il suo messaggio e aveva capito le sue intenzioni.

Lentamente Max riacquistò consapevolezza: gli sembrava di essersi preso una sbronza, e non gli era chiaro esattamente quanto tempo fosse trascorso. Ma lei c’era, e questo era tutto ciò che importava.

Nonostante ciò che gli era appena accaduto, riuscì a parlare, e, vi sembrerà strano, ma più di tutto furono le lacrime e il singhiozzo a ostacolare quell’impresa.

“So di non averti dato molto, ma era tutto ciò che avevo. Perdonami anche per questo, ti prego. Ti prometto che ogni giorno che verrà sarà migliore di quello che l’ha preceduto”. La voce fluiva naturalmente, come se il fiato non gli fosse stato tolto per quei lunghissimi secondi. Chissà quanti erano stati in effetti.

“Non dire altro. Ho sbagliato tutto. Avevo avuto paura e sono scappata, ma ora sono tornata e non ti lascerò mai più”.

Tutto perfetto.

Anche il cielo, poco prima cupo, ora era chiaro. Terso. Perfino le piante sembravano rifiorite. Erano tornati i colori, e la luce. Una luce inebriante sembrava avvolgerli nel suo caldo abbraccio. Max era steso a terra, con la testa sulle sue gambe, mentre lei lo cingeva con un braccio, sorreggendolo con l’altro. Chiuse gli occhi per sentire meglio quelle braccia adorate attorno a sé. Un rivolo si fece strada da entrambe le sue palpebre chiuse, scorrendo sulle tempie.

Lei era lì: che importanza aveva, ormai, se fosse passato più o meno di un anno?

Lei era lì: tutti quegli oggetti che ormai sembravano lame fatte per trafiggere i suoi ricordi, sarebbero tornati a vivere e a raccontare la storia di loro due.

Lei era lì: quelle mura si sarebbero davvero riempite delle risate dei loro marmocchi, e loro li avrebbero visti crescere insieme.

Lei era lì.

Max aprì gli occhi, e gli sembrò di averli tenuti chiusi davvero a lungo, poiché la luce gli apparve accecante.

Tutto era avvolto dalla luce. Tutto era luce. Nient’altro che luce.

L’anima di Max sorrise: la stessa illusione che aveva sperimentato di lei in vita lo aveva accompagnato nel suo trapasso.

Tutto perfetto.