AMORE E ABBANDONO

dialogo amore

Mentor: caro Aster, da quanto tempo non ci vediamo? Sarà forse un anno? Come stai? Come sta Leia?

Aster: o Mentor, di sicuro è da troppo che non ci vediamo, e comunque oltre un anno, stanne sicuro. Non posso rispondere però alle tue domande.

Mentor: che vuoi dire? Forse ho sbagliato a domandare?

Aster: no di certo, soltanto che se rispondessi onestamente alla prima abuserei della tua pazienza, mentre alla seconda non ho modo di rispondere.

Mentor: non preoccuparti della mia pazienza, ma semmai della curiosità, e dell’amicizia che ci lega e che non è stata provata dal tempo. Inoltre ti prego di fugare da subito il timore che sia accaduto qualcosa a Leia, poiché la tua laconica allusione ha destato una certa preoccupazione in me.

Aster: no, mio caro Mentor, non devi temere per la sua salute. Su questo posso rassicurarti fin d’ora. È soltanto che io e Leia non ci incontriamo da molto tempo. Quasi un anno, ormai.

Mentor: capisco, Aster, e provo molta pena per lei. So che teneva a te più della sua stessa vita, e non oso pensare come abbia vissuto il tuo abbandono.

Aster: no, amico mio: non mio, bensì suo è stato l’abbandono.

Mentor: di certo stai scherzando, ma ti avviso: non ti si addice farti gioco di una persona che ti ama.

Aster: nessuno scherzo. È così. Forse tu non ricordi il monito di Catullo che soltanto ragazzini apprendemmo, sui banchi di scuola: “Dicebas quondam solum te nosse Catullum…”. Le parole e le promesse sono ingannevoli.

Mentor: sì, ma non alludevo alle parole, bensì a pensieri, gesti, azioni… Certo, anche le parole: quelle gliele ho sentite pronunciare personalmente tante volte. Ma sono sempre state sorrette e supportate da atti analoghi. E quante lacrime ha versato per te? Anche quelle mi ricordo. Per il timore di non essere corrisposta nel suo sentimento, o che il tuo non fosse altrettanto forte. E quanto ha insistito, affinchè tu divenissi suo marito? E per vivere assieme? E per avere una discendenza comune. No, di certo lei non può che mentire se dice di non amarti. Forse è soltanto l’ansia, l’angoscia, e magari perfino la delusione… ecco, sì: tutte queste cose parlano al posto suo. Forse ha voluto provocarti, per mettere alla prova il tuo sentimento. Per comprendere quanto fosse vero e forte e saldo il tuo esserci e il tuo volerla accanto a te. Forse ha semplicemente voluto, per una volta, tenere lei le redini del vostro rapporto.

Aster: no, Mentor, non è ciò che è accaduto. L’ho pensato anche io, fin da principio, ma mi ingannavo. Proprio come te, ora.

Mentor: eppure, Aster, io stesso ho ascoltato più volte i suoi lamenti, ancora a ridosso della vostra separazione, ora che conto i mesi trascorsi. Altro non chiedeva, se non un tuo gesto. Pendeva dalle tue labbra, e ogni giorno in cui non ti vedeva o sentiva era per lei un’agonia…

Aster: ti prego, Mentor, fermati! Non spargere sale su una ferita che è ancora aperta. Non costringermi a convincerti di qualcosa che ancora non riesce a convincere neppure me. Non obbligarmi a dimostrarti, come fosse un teorema, in quale sublime e tragico inganno io sia stato tratto.

Mentor: di quale inganno parli, amico mio? Lascia che una qualche luce possa squarciare l’oscurità che mi impedisce ogni comprensione di quanto stai raccontando. Che cos’è questo inganno? E chi l’avrebbe adoperato su di te?

Aster: Leia, e chi altri?

Mentor: non di certo la Leia che conosco io!

Aster: e neppure quella che conoscevo io, s’è per questo.

Mentor: spiegati, ti prego.

Aster: e sia. Vedi, al tempo in cui la incontrai, Leia era poco più di una ragazzina. La sua determinazione e i suoi ideali però erano quelli di una persona adulta. O almeno così mi apparvero fin dall’inizio, e per tutto il tempo della nostra relazione, in cui in effetti mi sentii spesso carente. Perché non amavo quanto lei, perché non mi impegnavo quanto lei. Perché non desideravo altrettanto intensamente che durasse per sempre. Perché non mi sbrigavo a realizzare una famiglia con lei.

Mentor: certo, mio caro, ma non mi stai dicendo nulla che già non sapessi. È esattamente il ricordo che ho di lei, e di voi. Tu un po’ troppo preso e lei un po’ troppo sensibile: forse non identici, ma spesso complementari.

Aster: così pensavo. Così diceva.

Mentor: e poi?

Aster: e poi… Puf!

Mentor: come sarebbe “Puf!”??

Aster: esattamente così, amico mio. Prima ero il suo tutto, e poi… Puf! Il niente.

Mentor: non può essere accaduto ciò che racconti. Probabilmente in lei è accaduto qualcosa che tu ignori.

Aster: ne sono certo! Cionondimeno, qualsiasi accadimento si sia verificato, l’effetto è stato esattamente questo: un giorno ero il suo tutto, e il giorno dopo ero semplicemente fuori dalla sua vita. Anzi, per la precisione sono rimasto in bilico nella sua vita fino a che non mi ha sostituito. A quel punto sì, sono stato cancellato con la velocità con cui uno normalmente prenderebbe decisioni assai più effimere, come ad esempio quali scarpe accostare a un abito, o ancor più.

Mentor: ma non è questa la Leia che io ho conosciuto!

Aster: neppure io, ed è per questo che parlo di inganno.

Mentor: vuoi dire che lei ti avrebbe mentito sui suoi sentimenti?

Aster: no, amico mio. Io sono sicuro che lei fosse spontanea e genuina nell’agire e nell’esternare.

Mentor: dunque perché parli di inganno?

Aster: perché non c’è altro modo possibile di motivare tutto questo. E perché io non ero ingenuo: quando ci incontrammo ero già un uomo, con esperienze importanti alle spalle e una enorme delusione nel cuore. Lei si offrì di dimostrarmi che sbagliavo. Anzi, quasi mi obbligò. Con ogni sforzo mi portò a credere alle sue parole, e a introdurmi nella sua famiglia, e a sentirmi qualcosa di unico assieme a lei. E io non ci credevo più.

Mentor: certo, perché eri più grande e maturo di lei.

Aster: no, semplicemente perché avevo smesso di sognare. Avevo perso la fiducia. Ero deluso. Non è l’età, ma il sentire, che determina la nostra capacità di sognare, e le nostre ambizioni. Io non potevo più sognare perché l’avevo fatto troppo e mi ero trovato perso in una strada buia e senza uscita. Anzi, no, trovai luce e uscita: rispondevano al nome di Leia. Perciò, o Mentor, parlo di inganno, e di tradimento anche: perché Leia non si è accontentata di stare con me, o di avere il mio corpo. Lei ha preteso la mia anima, e non una sola volta ha accettato di pensare che potessimo separarci o essere due anziché uno. Leia non è passata accanto alla mia anima, sfiorandola: ha fatto l’impossibile, per entrarvi e abitarvi stabilmente. E non l’ha fatto per mia richiesta o mentre io l’assecondavo, ma, al contrario, l’ha fatto nonostante io l’ammonissi e la avvisassi della labilità dei sentimenti, dell’inaffidabilità delle parole, e della paura che io avevo nutrito nel sentirle, poiché già mi erano state rivolte in passato.

Mentor: comprendo la tua delusione, Aster, ma perché dunque parli di inganno, se convieni con me che non c’è stata simulazione in Leia?

Aster: perché non c’è altra possibilità, capisci? Ci sono cose che non si possono spiegare né raccontare, ma soltanto vivere. Non avevamo bisogno di parlarci, per “sentirci”. Questo non è qualcosa che trovi tutti i giorni. Anzi, puoi non trovarlo mai. Se lo trovi una volta nella vita sei più che fortunato. E così potevamo permetterci di guardare tante altre unioni, attorno a noi, e sentirci comunque differenti e speciali perché l’intesa nasceva da una condivisione innata e non da circostanze od occasioni. Nessuno le aveva chiesto di farsi piacere un luogo o un film o un cibo, eppure puoi scommettere che 9 volte su 10 ciò che aveva colpito me avrebbe colpito lei. E non è finita qui: avresti potuto scommettere anche sul contrario. Abbiamo vissuto tante di quelle avventure e disavventure che con nessuno avrei potuto spartire altrettanto, così come non l’ho mai spartito in effetti. Ma non erano soltanto eventi: quelli accadono continuamente, che si sia soli o in compagnia. Era la condivisione di quei momenti, a renderli speciali e unici e qualcosa di arricchente. Ti faccio un esempio: una volta occorreva un segnatempo e non avendone alcuno a portata di mano, utilizzai gli aghi di un pino là accanto, a mo’ di lancette, per riprodurlo. Fu un divertimento per entrambi, e rimase un ricordo speciale. Ma, preso in sé e per sé, era soltanto una facezia di nessun conto. Ecco, cose così ti fanno capire che si tratta di qualcosa di speciale. È un po’ come in guerra: accumuli la condivisione non tanto di eventi, quanto di stati d’animo, di emozioni, di sensazioni e sentimenti. E alla fine quanta parte di noi stessi si compone e si modella proprio su quelle esperienze? E quindi quanto affini diveniamo a qualcuno, per il solo fatto di essere stati accomunati da quel vissuto e dalle reazioni comuni ad esso? Quanto ci è caro sapere che abbiamo accanto qualcuno che ha portato con noi il fardello del male, dei dispiaceri, delle delusioni, ma anche che ha gioito con noi ed esultato assieme nei momenti più importanti?

Mentor: d’accordo Aster, ma tutto può finire. Era la tua stessa premessa, rammenti?

Aster: certo che lo era. Proprio per questo motivo ero stato così cauto, e altrettanta cautela avevo richiesto a Leia. Per lo stesso motivo avevo più volte richiesto a Leia di ragionare sulla natura dei suoi sentimenti e sulla loro affidabilità. “Nessun dubbio!”, ripeteva lei instancabilmente. “Nessun dubbio!”. Anzi, era solita rassicurarmi sul fatto che non avrebbe mai potuto allontanarsi da me, e che dopo di me non avrebbe mai più potuto amare. Eppure io l’ho ammonita infinite volte a non promettere ciò che non può essere promesso. Finchè non ha carpito la mia fiducia, dissertando lungamente, costantemente e analiticamente del perché fosse giunta a quelle conclusioni, e del perché il legame che sentiva con me trascendesse il mero sentimento. Pensa, amico mio, che perfino i defunti aveva evocato, nel motivare la natura trascendente del nostro vincolo. “Neppure se mi tradissi potrei lasciarti”, diceva.

Mentor: e cosa hai potuto farle, dunque, per spingerla a un tale mutamento?

Aster: la cosa peggiore di tutte, Mentor: abbassare le difese. Ho deposto le armi e sono caduto ai suoi piedi. Soltanto questo è bastato.

Mentor: suvvia, Aster: comprendo la tua afflizione, ma non credi che sia un po’ azzardata questa tua conclusione? Non si progetta una progenie e una vita assieme a una persona, per poi lasciarla soltanto per un capriccio, perché quella non si fa più inseguire.

Aster: dici il vero, Mentor. O, almeno, anche io la pensavo come te. Ma neppure si lascia qualcuno così tanto caro, dopo un paio di settimane dall’aver insistito per realizzare quei progetti. Vedi bene che le sue ultime richieste – in vero assai insistenti – di diventare a tutti gli effetti una famiglia, non erano più lontane di così dal mio allontanamento, e soltanto poco più di un mese antecedenti al sostituirmi con un altro.

Mentor: scusami, o Aster, ma devo aver compreso male le tue ultime parole, poiché mi è sembrato di aver udito che Leia ti abbia sostituito con un altro un mese dopo averti chiesto di sposarla.

Aster: no, Mentor, non è nel tuo udito il problema, ma in ciò che è accaduto, poiché è proprio così che è andata.

Mentor: non che io voglia dubitare di te, amico mio, ma sei sicuro di ciò che mi stai raccontando? Non è, forse, una tua invenzione o paura cui hai dato espressione? Voglio dire: ricordo perfettamente le parole di ammirazione che aveva per te, e i dialoghi sul vostro legame e sulla sua persuasione che ciò trascendesse perfino questa nostra vita terrena, al pari di tutte le lacrime versate nella tua assenza e in ogni vostra distanza. Cosa avrebbe mai potuto trovare, dunque, in costui, per preferirlo a te, e a voi?

Aster: la giovialità, pare. E la propensione alle occasioni conviviali. Oltre, naturalmente, a quella profusione di complimenti e carinerie che qualunque “cacciatore” sa ben adoperare per catturare la sua “preda”; insomma, quei naturali e spontanei espedienti di fascinazione che per lo più sorgono in uno, e spingono l’altra ad avvicinarvisi.

Mentor: aiutami a comprendere, o Aster: vorresti dire che Leia un giorno spasimava per te e rivendicava il diritto a divenire tua moglie, madre dei tuoi figli, e dopo un paio di mesi ti aveva rimosso dalla sua vita per donarsi – anima e corpo – a un compiacente sconosciuto col solo merito noto di averla intrattenuta, divertita e compiaciuta? Ma hai provato a parlarne con lei?

Aster: certo che l’ho fatto. Dapprima albergava in me la fiducia, in lei e in me e in noi: questa mi spinse dunque a compiere tutte quelle manifestazioni che in passato avevo compreso di aver negato, nella consapevolezza che gli alti e bassi del momento sarebbero tramontati di fronte a una rinascita sotto mutati auspici, morali e materiali. Poi ha iniziato a farsi strada l’angoscia, e infine lo smarrimento più totale. Solo lei avrebbe potuto chiarire, e consentirmi di realizzare ciò che stava accadendo, ma non l’ha fatto. Al contrario, ha inibito ogni canale di comunicazione. Soltanto a posteriori avrei compreso che il motivo era il nuovo “amore”. Sospetto, amico mio, che mi abbia celato il più a lungo possibile la verità dapprima per la vergogna che l’evidente contraddittorietà delle sue azioni manifestava, e quindi nel tentativo di verificare quell’altra relazione, prima di perdere definitivamente me. Voglio dire: è molto meglio essere amati da una persona, mentre si è indecisi sul da farsi, anziché precludersela per qualcosa di incerto, non credi?

Mentor: le mie orecchie sentono, ma il cervello non riesce a coniugare l’immagine che vai delineando con quella dell’innamorata Leia, della “tua” Leia. Quella che non ammetteva altri che te accanto a sé e che diceva di non avere nemmeno in considerazione alcun altro uomo. Posso soltanto dirti che se così tanto si è discostata da quel sentire, allora forse non è mai stata realmente in quel modo.

Aster: dici bene, mio caro. Proprio in ciò risiedeva la mia fiducia iniziale: nella purezza e verità dei suoi sentimenti, da me continuamente sondati attraverso domande e analisi che trovavano puntuale e compiuta risposta. “Sei anche il mio migliore amico”. Ripeteva continuamente. E soltanto pochissimi giorni prima di mutare animo scrisse di suo pugno che riteneva il mio non fosse vero amore, in quanto avevo dubitato della sua stima nei miei confronti, affermando che avrei avuto forse bisogno di una persona che mi avesse apprezzato nel profondo. A ciò lei rispose così: “Già pensi a trovare qualcun altro che ti apprezzi come io non faccio. Questo non è Amare. Io che di te penso sempre cose meravigliose ma mi sono resa conto di non essere nella tua vita e questo è troppo per me da sopportare”. Puoi capire, ora, perché parlo di inganno? Come si può, dunque, escogitare, manifestare e perfino scrivere simili parole, e dopo una manciata di settimane abbandonarsi a qualcuno che – parole sue – “finalmente mi apprezza per ciò che sono”? Se puoi trovare tu una spiegazione diversa dalla frode sentimentale, fallo, dunque, amico mio: io non ne sono capace purtroppo.

Mentor: ma Aster, tu mi chiedi l’impossibile. Non sono nel tuo cuore, figurarsi nel suo. Certo, mi soccorre l’esperienza e potrei azzardare qualche ipotesi. Ma cosa potrei dirti, che non ti abbia già detto qualcuno prima di me? Forse che lei aveva iniziato a distaccarsi da te ma tu non l’avevi capito? Di solito le cose non accadono d’improvviso, ma accade magari che noi ce ne accorgiamo improvvisamente.

Aster: fosse stato così, o Mentor. Eppure vedi che delle minacce alla nostra felicità c’erano state: delle avvisaglie. E proprio in questo sta la mia incredulità: avevamo esaminato a lungo la situazione, ed entrambi avevamo concordato che il nostro non fosse un rapporto distruttivo o di dipendenza, bensì una relazione costruttiva di crescita reciproca, che offriva a ognuno l’opportunità di apprendere dall’altro. E mille volte lei mi aveva redarguito di non amarla quanto lei me, e di non anteporla al resto del mondo quanto lei me. E proprio quando io mi accingevo a fornirle quelle dimostrazioni, lei è svanita all’orizzonte. Sfumata, come un sogno del mattino tra le pieghe delle lenzuola. E sapessi, amico mio, quante volte le ho chiesto di fare chiarezza nel proprio animo e assicurarsi che non le fossi ostico, e che non inseguisse un ideale, ma amasse la persona. E tante volte quante io chiesi, lei rispose. Anzi, ancora di più: innumerevoli lettere, biglietti e dediche mi ribadirono non tanto e non solo amore, quanto – soprattutto – un legame unico e profondo e inscindibile. Se così non fosse stato, non avrei messo in mano sua il mio futuro, nei sentimenti e nelle azioni: ma lei mi rassicurava, e anzi mi implorava di darle attestazioni, al punto che riuscì a strappare ogni dubbio ed esitazione.

Mentor: Eppure vedi, mio amato amico, io non penso che lei mentisse allorchè ti rassicurava. Non oso immaginare che così crudele fosse il suo cuore, da tenderti un simile tranello, solo per poi disvelare le sue reali intenzioni. E a che pro, poi?

Aster: no, Mentor, non ho mai sospettato questo in effetti. Ma dimmi, però, come si fa dunque a capovolgere il proprio cuore e il proprio mondo, così? Dimmi, come si può amare al punto da stare male un giorno, e soltanto un paio di mesi dopo palpitare per qualcun altro e aver cancellato ogni spazio che nel cuore occupava quel “tutto”? E, ancora, come si può rassicurare il proprio diletto, guardandolo fisso negli occhi, e con occhi solcati da lacrime, ripetergli allo sfinimento che tutto ciò che si vuole è la condivisione di una vita, e che soltanto la mancanza di altrettanto slancio è fonte di preoccupazione e disagio nel rapporto? Come si può, poi, dopo un paio di mesi dirgli: “Ho sbagliato: in realtà siamo troppo diversi e hai rovinato la mia vita”? Dimmi, ti prego, o Mentor, poiché io proprio non riesco. Chi può fraintendere a tal punto il proprio cuore, da intendere in un paio di settimane o mesi ciò che per lunghi anni avrebbe frainteso? E tutto ciò senza che nulla sia intervenuto a sconvolgere il rapporto?

Mentor: capisco, capisco. O forse no. Non sono sicuro di aver mai vissuto qualcosa che possa paragonare a questo. Quando incontrai la mia compagna, è vero, spasimavo per lei, e mentirei se dicessi che non mi attrae ancora oggi. Abbiamo avuto alti e bassi, ma siamo sempre riusciti a superarli. Lei mi dà spesso felicità. Però, se guardo indietro e ripenso alle relazioni che l’hanno preceduta posso confermarti che ognuna è stata diversa. Una volta ho trovato il corrispettivo nel cuore, una volta nell’anima, una volta nei sensi. E così via. Ma mai una, nemmeno la persona con cui ho scelto infine di condividere la mia vita, mi ha in effetti completato al punto da non aver bisogno d’altro. Però, se mi permetti, Aster, tu stesso mi hai detto delle sue doglianze circa la tua scarsa presenza. E non pensi dunque che ciò potesse essere sintomo del fatto che lei non ti completasse davvero? Non pensi forse che se avessi sentito altrettanto slancio avresti realizzato prima ciò che lei andava chiedendoti?

Aster: il quesito che mi poni me lo sono posto per lunghi mesi, e ho impiegato ogni risorsa della mia anima per darvi risposta. Forse che l’abbandono avesse creato una parvenza di sentimento che in realtà non c’era? Forse che si fosse verificato in me il fenomeno inverso a quello che pareva aver spinto lei ad allontanarmi proprio nel momento in cui aveva conseguito la meta agognata? Ma la risposta è stata negativa. Purtroppo la paura aveva ispirato le mie azioni, da una parte, e il rispetto dall’altra.

Mentor: che intendi dire, a proposito del rispetto? Non capisco.

Aster: voglio dire, o Mentor, che le sue mete erano più lontane delle mie, e spingerla a emulare i miei tempi avrebbe voluto dirle precluderle tutte le possibilità che meritava di avere, soltanto a causa di un atto egoistico. Fu così che io intrapresi progetti che prima nemmeno avevo azzardato, per poter occupare al meglio quella differenza che ci separava, e consentire a lei di realizzare la sua personalità come io avevo fatto con la mia, sì da trovarci poi entrambi pronti a decollare.

Mentor: e perché non hai spiegato a Leia queste cose, dunque? Sono certo che ti avrebbe ascoltato.

Aster: stavolta sbagli, Mentor. Non solo non ha voluto ascoltare, ma neppure vedere.

Mentor: ma tu hai provato a incontrarla? O anche soltanto a scriverle?

Aster: scherzi? Certo che ci ho provato. Dapprima offrendole le azioni che avevo promesso, poiché non sono uomo da pretendere fiducia cieca, né da non comprendere quando le parole debbano lasciare spazio agli atti. Ma lei ha manifestato esitazione, insinuando che quelli fossero gesti eclatanti fatti per illuderla. A quel punto ho provato a confrontarmi con lei per mostrarle la profondità dei pensieri che avevano condotto a quelle azioni, ma si è rifiutata di ascoltare, e di vedermi. Forse penserai che abbia peccato di ingenuità, ma ho sempre pensato che non si possano pretendere né suggerire i sentimenti, e che, anzi, occorra estrema delicatezza per non correre il rischio di indurre suggestioni nell’altra persona: quelle suggestioni, non essendo supportate da un reale sentire, illuderebbero e deluderebbero entrambi. Tutto ciò che ho fatto, per sortire un confronto, è stato trascorrere una giornata su una panchina dove lei avrebbe potuto vedermi e decidere se, spontaneamente, avvicinarmi e tendermi la mano o perlomeno ascoltarmi, oppure andarsene e lasciarmi lì. Rammento ancora il gelo di quel giorno, e quante volte ho pensato che mi si sarebbe fermato il respiro a un certo punto. E pure ho continuato ad attendere. E ad ogni sussulto procuratomi dal freddo rammentavo una sua lacrima, e mi intimavo: “Resisti! Mostra ora il coraggio delle tue azioni, e abbi la forza di riparare i torti inflitti senza tirarti indietro!”. E così, per ben due volte, lei passò, e mi evitò come se io non fossi esistito, come se non le importasse quanto tempo avessi trascorso lì, per lei, né se mi sarei mai alzato da quella panchina, né se avrei potuto farlo. Le scrissi dunque un libro, per raccontarle la nostra storia, perché conoscesse le mie paure e comprendesse i miei cambiamenti. Per quanto ne so, non lo aprì neppure.

Mentor: stento a ritrovare Leia nel tuo racconto, amico mio. Non fraintendermi: non ho l’ardire di mettere in discussione la genuinità delle tue parole, ma forse tu stai semplicemente riportando un’esperienza che è affetta da parzialità, poiché ti sfugge l’altro punto di vista della vicenda.

Aster: di certo mi sfugge, amico mio carissimo. E come potrebbe essere altrimenti, dal momento che l’unica in grado di fare chiarezza ha taciuto fin da subito?

Mentor: suvvia, Aster, è il dolore che parla attraverso la tua bocca. Non posso credere che in questo lungo anno mai vi sia stato un confronto, o un chiarimento.

Aster: stenterei a definirlo “confronto”. C’è stato un incontro. Certo. Anzi, più d’uno. Per la precisione ci fu quello in cui dichiarò di lasciarmi: la motivazione in quel caso fu che era troppo distaccata ormai. Ma quella non mi sembrò una spiegazione reale. Capisci, mio caro? Come si può decidere di rinnegare la promessa (già accettata) di condividere una vita assieme, e dei figli, soltanto sulla scorta di una distrazione? Per aver sperimentato per la prima volta un distacco e una vita mondana, mentre dentro e fuori di sé tutto concorreva a demolire il passato? Perfino i nostri antenati erano usi ripetere che “semel in anno licet insanire”. Ecco, sì, quell’esternazione adirata in quel momento apparve proprio così: come lo sfogo di qualcuno che si è sentito subalterno troppo a lungo e che finalmente, assaporando il potere sull’altro, decide di esercitarlo con freddezza e forse non senza provocazione.

Mentor: e va bene, Aster. Forse quello non fu un vero confronto, ma poi vuoi dirmi che non ce ne furono altri?

Aster: ebbene, un altro ci fu, ma in quel caso io ero in ginocchio da lei e fu proprio lì che sconfessò tutto ciò che era stato prima d’allora. Stavolta disse che non era la mancanza del mio impegno, il problema, bensì le profonde differenze tra noi. Affermò che non avrebbe voluto me come padre dei suoi figli, né come compagno di una vita. Questo accadeva, te lo giuro, ancora prima che fossero trascorsi due mesi da quando, lucida e profonda, aveva giurato che tutto ciò che le occorreva era soltanto la mia dimostrazione di tenerci a lei quanto lei a me. Ti dirò di più: dichiarò in quella stessa occasione che finalmente aveva trovato qualcuno capace di apprezzarla per la sua essenza, mentre proprio nel medesimo arco temporale aveva redarguito me, colpevole di aver messo in dubbio la nostra affinità e dichiarato di sentire il bisogno di qualcuno che mi apprezzasse nel profondo. Eppure, e solo in questo la riconobbi, pianse, e si emozionò in quell’ultima circostanza. Fu l’ultima volta – che io sappia – in cui versò lacrime per me.

Mentor: da questo tuo racconto mi sembra di vedere un’anima smarrita, ma tutt’altro che consapevole e ferma nei suoi propositi. Disorientata, molto più che determinata. Afflitta, di certo, e proprio per questo coinvolta. Forse troppo, per potersi esprimere consapevolmente. Ma il tempo avrebbe dovuto portarle chiarezza, e forse anche la serenità per affrontare nuovamente la questione nel modo corretto.

Aster: forse così sarebbe stato, se nel frattempo non si fosse insinuato in lei un nuovo amore. O sciocco me! Come non riconobbi, fin da subito, in lei, l’indizio del futuro? Quando si volse a me, lamentando afflizione estrema al punto che perfino il fisico ne fosse debilitato, a causa delle sofferenze inflittele dal precedente amore. E io fui il suo salvatore. Temi sempre, o Mentor, chi vede in te questo: desidera, invece, strenuamente, qualcuno che sappia di essere l’unico artefice delle proprie sorti, e che non ti scelga per bisogno, o illusione, o idolatria, bensì per libera determinazione di anima, cuore e mente.

Mentor: eppure Leia non è mai sembrata una sprovveduta, né tantomeno una persona incapace di mettersi in discussione, ed è sempre apparsa profondamente e incondizionatamente legata a te. Voglio dire a te come persona, e non a un’apparenza o a un’idea.

Aster: taci, ti prego, o Mentor. Non aggiungere altre parole ad alimentare l’incredulità: non c’è, in terra, essere umano che abbia saputo spiegare in un tempo il passato e il presente di Leia. È vero: i sentimenti cambiano, nel tempo. Ma questo non è inusuale: è, semmai, la normalità. Ma come si possa passare dall’estremo, del pretendere maggiore presenza dell’altro nella propria vita, all’opposto, di alzare un muro infinito: di ciò nessuno sa dare spiegazione. O perlomeno nessuna spiegazione tale da motivare eventi così prossimi tra loro nel tempo, e privi di alcun evento eccezionale a loro cagione. Comprendimi, dunque, amico mio, se parlo di truffa, di raggiro, di inganno. Perché, dunque, pretendere in sposo qualcuno che soltanto pochi mesi dopo ti è a tal punto inviso da non volerlo neppure più sentir nominare, senza che questi altro abbia fatto se non dimostrarti l’impegno che tu chiedevi? Inganno, dunque, artifizio e raggiro. Ecco, questo è quanto.

Mentor: comprendo la tua delusione, Aster, ma è forse tempo che ti lasci alle spalle Leia e con lei ogni rancore maturato, per aprirti invece al futuro che ti si para innanzi. Vedo che sei ancora assai legato a una persona che, invece, è ormai altrove nel cuore e nei pensieri.

Aster: vorrei, mio fidato amico, provare rancore. Oh, se vorrei! Il rancore viene seppellito dal tempo, proprio come la mancanza viene colmata dalla sostituzione. Ma in me non c’è rancore per Leia. E come potrebbe? Forse che l’amore può tramutarsi in odio? No, mio caro: non ascoltare quelli che raccontano di tale possibilità, poiché il vero amore non è subordinato a nulla, tantomeno al contraccambio altrui. E neppure io sono ancorato al ricordo di Leia. Lo sono stato, certo, per un periodo di tempo che non saprei neppure io stesso circoscrivere esattamente. Poi, di fronte all’evidenza, non ho potuto fare altrimenti, se non prendere atto di quell’inganno, e così realizzare che, mentre Leia amava un ideale, io amavo un’illusione. L’illusione di una persona capace di amare senza odiare, di esserci non soltanto quando il cuore glielo comandava, ma quando serviva, di una persona coerente e onesta nei pensieri e nelle azioni più di me. L’illusione che a questo mondo ci fosse qualcuno proprio come me, capace di rimboccarsi le maniche ogni volta che fosse stato necessario, e che non avesse un elenco di pregi e difetti né un quaderno dei desideri o delle ambizioni con cui paragonarmi. L’illusione che ci fosse una persona che mi conosceva meglio di chiunque altro e che, ciononostante, mi amava di un amore puro e nobile. L’illusione che i nostri figli avrebbero avuto per genitori due persone diversissime, ma due anime assonanti, cui ispirarsi e da cui trarre infinito amore e infinite lezioni.

Capisci, Mentor? Io ho amato l’illusione di Leia. Perché Leia mi ha detto infinite volte di aver capito e amato proprio me, e che proprio per me ci sarebbe stata sempre, a qualunque costo, e qualunque fosse stato il nostro rapporto. E se i sentimenti cambiano e le storie finiscono, io non posso oggi non vedere un inganno in quelle promesse, che ha provocato l’estorsione della mia fiducia. E non posso credere che la persona che ha causato tutto questo e che ha rifiutato anche solo di accompagnarmi fuori dalla porta della sua vita sia la stessa che aveva disprezzato tutto il resto del mondo per la mancanza di affidabilità nei sentimenti. La stessa che mi ha detto che io ero l’amore della sua vita, e che non conosceva nessuno, attorno a lei, altrettanto coinvolto dal proprio partner, quanto lei da me. Capisci, dunque, Mentor?

Mentor: sì, amico mio, comprendo perfettamente. Però tu stesso hai ben osservato che le parole sono spesso fallaci e le promesse, in certi casi, vane. Ecco, questo è forse uno di quei casi. Semplicemente Leia parlò con leggerezza, allorchè ti promise qualcosa che non avrebbe potuto prometterti. Ora, però, compreso che lei non è veramente chi diceva di essere, sei libero. Libero dal ricordo, libero dal peso, libero di trovare la persona che veramente sarà te, e tu lei. Senza finzioni. Senza leggerezze.

Aster: vedi, Mentor, tu hai forse frainteso. Io non posso desiderare chi non mi vuole: quale matto desidererebbe accanto a sé qualcuno che lo raggira e che non nutre sentimento per lui? Quale matto, scoperto un inganno, vorrebbe vicino a sé la persona che l’ha posto in essere e che, invece di porre rimedio al male inflitto, ha preferito coltivare la propria felicità, costruendola sul dolore altrui?

No, Mentor, io non voglio una persona che finge di assomigliarmi per conseguire un legame che poi è pronta a recidere una volta raggiunto il potere assoluto su di me. Io voglio semplicemente ciò che ho avuto una sola volta in tutta la mia vita, cioè la condivisione. Avere accanto qualcuno che sa ascoltarti, spronarti, capirti, sentirti, e farsi carico di te come tu di lei. Qualcuno che sa dare importanza e valore a ciò che è qui, che possiamo vedere e toccare e assaggiare, al pari di tutto ciò che trascende i nostri sensi. Qualcuno che comprende e condivide con me il senso dello stare al mondo e dell’esistenza, e che sappia coltivare in coerenza un rapporto volto alla crescita nella consapevolezza a tutto tondo, e non soltanto stimolando questa o quella parte della vita, del rapporto, o delle mie attitudini. Ma questo, parola mia, è accaduto soltanto una volta in tutta la mia vita, e non ha avuto niente a che vedere con l’intensità dell’amore o con il furor che vi si accompagna: è stata l’unica volta in tutta la mia vita che ho sperimentato il senso di una famiglia, della condivisione, di appartenersi incondizionatamente, di darsi e donarsi prima che di chiedere e di prendere. E tutto questo non ritornerà, poiché non c’è mai stato prima né dopo, ma quando c’è stato è stata una pia illusione. E allora come sperare nel futuro?

Amico mio, immagina di vivere in un luogo dove ha piovuto per la maggior parte dei giorni della tua vita. Immagina, poi, di trasferirti in un posto in cui c’è il sole ogni giorno. Immagina, infine, di destarti un giorno e scoprire che il sole non c’è mai stato: qualcuno lo aveva riprodotto artificialmente per te, ma poi ha smesso. Ti ritroveresti in una terra dove avevi vissuto la maggior parte dei tuoi giorni, miseramente, con il ricordo di una parentesi eccezionale ma finta e irripetibile. Se non l’avessi mai conosciuta avresti accettato la tua vita senza sole con normalità, ma ora sai che vivrai tutti i giorni della tua vita, fino alla morte, ricordando qualcosa di dolcissimo. Soltanto che ogni volta che lo farai, appena un istante dopo, finirai per ricordare anche che si è trattato di un’illusione, e che quella tua felicità era dettata soltanto dall’inconsapevolezza. Di certo non odieresti chi ti ha dato il sole, seppure per un breve periodo di tempo. Ma senza dubbio odieresti la tua vita presente, e quella futura, in un mondo senza sole.

Mentor: comprendo il tuo dispiacere Aster. Forse io vivo in quella terra che hai appena descritto, senza sole. E forse è vero: non avendo mai sperimentato una vita assolata, sono più facilmente incline a sopportare l’unica che io abbia conosciuto, ma tu non hai bisogno di me per sapere che dietro all’apparenza di tutto ciò si cela una lezione. Non è una lezione che Leia ha deciso di impartirti, ma una lezione che la tua anima ha deciso di apprendere, e Leia ti ha accompagnato in questo compito. Oggi tu sei più consapevole, e per questo hai un debito di riconoscenza verso la tua stessa anima, e verso la sua, che poi sono la stessa cosa.

Aster: ma non capisci, Mentor? È proprio questa la maggiore fonte della mia afflizione. So bene di non essere più la stessa persona, e so altrettanto bene che la lezione era necessaria affinchè io maturassi nella consapevolezza. Cionondimeno depreco me stesso per essermi obbligato a ciò: avrei potuto realizzare prima i miei sbagli, e così abbracciare il sogno e renderlo reale. O almeno cullare l’illusione il tempo di questa mia vita. E forse anche Leia, in fondo, non sarebbe stata così scontenta di una vita trascorsa accanto all’uomo dei suoi sogni, e non di certo a quello delle sue illusioni. Ma poi mi dico che non c’è nulla di vero in fondo e che se mai Leia avesse coltivato anche solo un barlume della consapevolezza che manifestava, a proposito di Amore, e Perdono, e Anima… non sarebbe stato semplicemente possibile scendere al livello di “tutti gli altri”. Cioè di quegli altri che deprecava, che rifiutava e che diceva di non comprendere neppure: prendersi, lasciarsi, cambiare ricettacolo del proprio amore.

Del resto, come avrebbe potuto vedere tante cose eccezionali e uniche in me e nel nostro legame, addirittura considerato trascendente, e poi volgersi in men che non si dica a un altro con altrettanto slancio e totale abbandono di me? Oppure pretendere un contratto come condizione per stare assieme, e affermare che, se ci fosse stato quello, avrebbe stretto i denti nonostante le difficoltà?

Mentor: e va bene, Aster, allora limitati a lasciare andare ogni ricordo, bello o brutto che sia, e volgi il tuo sguardo verso il futuro.

Aster: vedi Mentor, noi siamo esseri complessi e gran parte di ciò che siamo deriva dalle nostre esperienze. È fonte di grande afflizione perdere una persona cara, poiché con quella condividevamo esperienze, ricordi, gioie, dolori e frequentazione. Ma ciò a cui tu mi chiedi di non pensare ora è il segmento più grande, importante, duraturo e profondo della mia vita. Io sono il reduce di una guerra immaginaria: non c’è nessuno e niente, accanto a me, rimasto a testimoniare tutto ciò che è stato questo segmento della mia esistenza. Qualcuno è entrato nella mia vita, mi ha fatto comprendere il senso di parole come “famiglia” e “condivisione”, e quando me le ha portate via, cosa mi è rimasto? Io prima non cercavo simili cose, di cui ignoravo perfino l’esistenza. Ma ora? Ora desidero qualcosa che non è mai esistito, se non in una fugace illusione. Comprendi dunque l’ironia in tutto ciò? Desiderare l’inarrivabile. Cercare nella realtà un sogno.

Mentor: io credo, mio dolce amico, che non potranno consolarti le mie parole. Comprendo adesso che il tuo dolore alberga troppo in profondità perché qualcosa di superficiale come le parole altrui possano raggiungerlo. Non mi sforzerò, dunque, di sollevarti: questo puoi farlo soltanto tu. Lascia, però, che io possa esprimerti ancora un mio pensiero, e poi congedami pure.

Io credo che tu abbia provato molta paura, perfino più di quanta non sia capace di riconoscere, o di ammettere. Io credo che tu abbia mentito, prima di tutto a te stesso. Hai inseguito un’illusione mentre avevi qualcosa che ti appariva reale, e ora che non lo è più insegui un’altra illusione. È vero: ora sei solo, ma probabilmente lo eri anche allora, poiché non esiste anima che possa abbandonare la propria anima gemella, restando indifferente al suo male. Non so dirti cosa abbia animato Leia. Forse, semplicemente, immaturità. Forse lei non aveva gli strumenti per capire, allora, quanto profondo fosse il dolore per il tuo passato, e forse non poteva comprendere il tuo sforzo nell’aprirti ai suoi sentimenti, né la tua incredulità di fronte a tante esternazioni. Il suo entusiasmo spontaneo si scontrava con la tua esperienza di vita. Lei è stata imprudente a causa dell’inesperienza, e ha così finito per prometterti qualcosa di impossibile. Tu sei stato imprudente a causa del tuo idealismo, e hai così finito per credere a quel qualcosa di impossibile.

Ma forse la tua storia è un po’ la storia di tutti noi, che definiamo “amore” o “amore eterno” qualcosa che è semplice egoismo. Quando qualcosa dentro ci spinge a desiderare altre persone non esitiamo a fornire dimostrazioni e ad esternare attaccamento e a promettere ogni cosa. Ma l’amore vero non si esaurisce in quelle emozioni o palpitazioni. L’amore vero neppure tramonta dietro al rapimento dei senti o dei sentimenti da parte altrui. L’amore vero non è una coperta che si tira da una parte o dall’altra, ma un vello capace di avvolgere tutto e tutti. Così non può arrivare un’altra persona, e, semplicemente, portarci via l’amore che albergava nel cuore di qualcuno per noi.

Forse, semplicemente, tu e Leia amavate in modo diverso: tu non hai trasformato il tuo amore in odio semplicemente perché non era il possesso che desideravi, e quindi non erano titoli o distanze ad alterare il legame che percepivi. Al contrario, lei si aspettava dimostrazioni e forme che non avrebbero mutato la sostanza, ma le avrebbero fornito quello status che desiderava. Le avrebbero permesso di giudicare e calcolare i risultati di voi due secondo i canoni convenzionali. E così lei ha perso di vista che l’amore non si misura dai titoli né dalle carte, ma dalla volontà spontanea e innata.

Ecco dunque spiegato il paradosso di chi “ama troppo” per accontentarsi di una relazione che vorrebbe coronare anche formalmente, salvo poi lasciare l’altro, che, invece, pur senza quella formalità non si sarebbe mai allontanato.

Aster: sono tutte vere le tue parole, mio Mentor, ma purtroppo non posso fare altro se non prendere atto di questo nostro mondo, in cui tutto è diverso da come appare, in cui uno stolto ha troppa paura per fidarsi, ma quando ci riesce scopre di vivere in una bolla di sapone, e si accorge così che mentre lui credeva di ingannare se stesso e l’altra persona, dicendo di non credere all’amore eterno, era in realtà ingannato a sua volta da chi gli diceva di crederci, senza saper di cosa parlava.

Purtroppo dici bene: io ho paura. Ce l’avevo e ce l’avrò. Perché temevo che per cercare di fare la differenza in questo nostro mondo sarei rimasto solo, e per un po’ ho creduto di aver scongiurato questo pericolo, e di aver trovato qualcuno che non si era limitato ad attraversare la mia strada, ma aveva imbracciato la pala per aiutarmi a costruirla. Ma poi mi sono inginocchiato per un attimo, scoprendo le mie debolezze, e anche quel qualcuno mi ha voltato le spalle, senza appello.

Ho paura, perché ho perso la corazza che mi avvolgeva e sono rimasto indifeso di fronte al colpo fatale che mi è stato inferto.

Ho paura, perché avevo già combattuto la mia guerra, e avevo già dovuto imparare amare lezioni sull’amore e sulle delusioni che da esso possono scaturire, ma proprio colei che si era offerta di insegnarmi ad affidarmi e ad aprirmi, che ha vissuto con me ogni esperienza trasformandola in storie di condivisione, anziché restare per realizzare “il resto della nostra vita” mi ha abbandonato sul trampolino, con sotto di me una piscina vuota. E, sì, ho paura di restare per sempre su quel trampolino, sospeso tra ciò che era e non è più e ciò che avrebbe potuto essere e non sarà mai.

Mentor: o Aster, mio beneamato amico, forse è proprio questa la tua ultima lezione. Sconfiggi la paura, e realizzerai lo scopo di questa tua vita. Del resto chi di noi non è dominato dalla paura? Vedi bene quanti rapporti superficiali, quanto intrattenimento, quanta indifferenza caratterizzano il nostro vivere quotidiano? Siamo in costante inseguimento di qualcosa che non ci fermiamo neppure abbastanza a lungo da poter trovare, come se la felicità o la serenità venissero da fuori di noi. Credi forse che Leia troverà ora o mai la serenità, solo perché ha perduto te? Credi forse che non sia destinata a comprendere attraverso le sue esperienze questa importante lezione? Chiunque rinunci a cercare in sé le risposte è destinato a peregrinare a lungo, prima di trovare la verità.

Non so dirti se tu arriverai al tuo porto nel corso di questa vita, ma posso garantirti che l’unica speranza che tutti noi abbiamo di riuscirci è quella di iniziare a remare, e saper scrutare gli astri per trovare la direzione. Quanto lontano sia il porto, e se possediamo forza a sufficienza per affrontare l’impresa, siamo qui apposta per scoprirlo, ma tu e Leia, e io, e ciascun altro, alla fine si riunirà, e queste apparenti solitudini lasceranno spazio alla consapevolezza. Con questo ti abbraccio, amico mio, e mi faccio da parte. Ma ricorda che, ovunque sarai, non sarò lontano se avrai bisogno.

Aster: amico mio, dolce Mentor, grazie per le tue parole tanto care, e che in cuor mio so essere tanto vere. Vorrei poter cancellare la mia memoria, o semplicemente, come ha fatto Leia, poter dare un colpo di spugna al passato e a tutti quei pensieri, oggetti, ricordi, emozioni, sensazioni, intese e condivisioni che ho sperimentato una sola volta in tutta la mia vita. Ho fatto una promessa, a me stesso, e cercherò di mantenerla: dare l’amore incondizionato che troppo a lungo ho trattenuto. Anche se non me ne deriverà nulla, anche se non troverò più quel dolce sogno che ho sognato per un po’. Io amerò. Questo mi sono ripromesso.

Un abbraccio a te, mio amico, e se domani accadrà anche a te di aver bisogno di un conforto o un appoggio, rammenta che anche io ti sarò sempre accanto.