ORA CHE UN TERZO DEL PIANETA E’ DISTRUTTO, CHE FARE DEL RESTO?

Dopo due anni e mezzo dallo tsunami che ha devastato il Giappone e la centrale nucleare di Fukushima non si è ancora posto alcun rimedio alla catastrofe ambientale che ne è derivata: non solo non si è rimediato ai danni, ma neppure si è cessato di provocarne.

La centrale danneggiata continua a immettere centinaia di tonnellate di acqua radioattiva nell’oceano Pacifico, ogni giorno.

Ovunque, in America e in Asia, si osserva la scomparsa delle forme di vita, l’agonia dei sopravvissuti, le patologie (in primis le ustioni da radiazioni), l’alterazione delle abitudini dei grandi mammiferi come le orche o i leoni marini, etc.

Qualcuno, come è naturale, sostiene che non ci sia correlazione con i fatti di Fukushima; personalmente trovo intellettualmente discutibile contestare evidenze frutto di osservazione attraverso teorie astratte o formule pure, che pure se sulla carta possono essere perfette, finiscono con il concludere che ciò che si osserva in realtà o non esiste o dipende da altre cause. È proprio grazie a quest’ultima considerazione che possiamo affermare che all’atto pratico determinare se la causa precipua sia o meno Fukushima è quasi irrilevante: anzi, escluderla potrebbe condurre a conclusioni perfino più gravi.

Partiamo dalla fine: un signore di nome Ivan Macfadyen si è messo al timone della sua barca e ha percorso in lungo e in largo l’oceano Pacifico. Che cosa abbia constatato lo si può leggere per esempio qui, ma è sufficiente vedere titoli come l’oceano pacifico è rotto o “morto” per comprendere perfettamente l’esito.

L’unica significativa forma di vita avvistata è quella umana, benchè l’attività in cui essa si affastellava sia quella tipica degli avvoltoi, spogliando l’oceano delle ultime forme viventi rimaste, in spregio al loro diritto alla vita, all’ambiente e alla salute dei “consumatori”, certo ignari della situazione e della “qualità” delle ultime spoglie di quello che era il bacino della vita del nostro Pianeta.

Studi scientifici e osservazioni più estese hanno portato alla redazione di rapporti completi, il cui contenuto è riassuntivamente descritto qui.

Anche quest’ultimo scritto può essere riassuntivamente compreso attraverso una frase. Una sola frase: “Se un Capitano Nemo dei giorni nostri avesse progettato l’eliminazione della vita sulla Terra, difficilmente avrebbe potuto trovare un posto migliore di Fukushima per intraprendere il suo nefasto progetto”.

Un avvocato americano proprio in questi giorni ha scritto un articolo molto interessante, provocatoriamente domandando(si): se non è Fukushima, allora cosa sta causando tutte le drammatiche circostanze osservate in America e nel Pacifico?

Personalmente non ho grandissimo interesse nel rispondere alla domanda, che peraltro nella mia mente può avere solo valenza retorica, quanto ad analizzare altri quesiti.

Ci sono dei dati di fatto, uno di questi è l’isola di spazzatura

Tra l’altro non sono soltanto gli abitanti del mare a convivere con (o, meglio, a morire per) i rifiuti dell’isola: basti pensare alla moria di albatros ampiamente documentata.

Ecco, quest’ultimo fenomeno non è certamente “colpa” di Fukushima, mentre altri indubbiamente lo sono; il problema, quindi, non è tanto, chiedersi la causa, ma, innanzi tutto: perché queste informazioni non sono pubblicate sui principali quotidiani, diffuse dai telegiornali, al centro dei dibattiti dei leader mondiali e delle loro politiche?

Aver reso inabitabile e, più ancora, dannoso, ostile e infetto, in soli 50 anni un terzo dell’intero Pianeta, è forse una notizia di scarso interesse?

Un altro quesito potrebbe essere: se abbiamo fatto questo in così breve tempo, quanto rimane ai residui due terzi del globo?

Una strategia per rallentare e poi interrompere l’aggravamento dei danni – non una risolutiva è chiaro – potrebbe essere quella di cessare IMMEDIATAMENTE tutti quei comportamenti che li hanno provocati, come ad esempio l’uso del petrolio, la produzione di plastica, i trasporti altamente inquinanti (per non dire tutti), etc.

Già, ma poi chi rinuncerebbe ai sacchetti di plastica, alle lattine usa e getta, alle bottigliette d’acqua in plastica, a 3 paia di scarpe nuove all’anno (o al mese), al cellulare nuovo ogni 6 mesi, alla crociera di 7 giorni nei “paradisi tropicali” e via discorrendo? Di sicuro non ci rinuncerebbero quelli che su tali imprese basano il proprio profitto, dunque nemmeno i politici che gli devono gratitudine.

E se si volesse rimediare ai danni già fatti? Be’, come si legge negli articoli di cui sopra, attualmente alcuni stimano che sia maggiore l’inquinamento prodotto da quegli interventi rispetto all’attuale, già verificatosi.

Insomma, riassumendo: non ci sono (o non si vogliono trovare) rimedi al passato e gli interventi per il presente imporrebbero una radicale trasformazione sociale ed economica, un po’ troppo difficile da imporre a chi vive come una drammatica prevaricazione l’ipotesi di rinunciare a un “piatto” di sushi, o che preferisce fumarsi una sigaretta anziché astenersi dall’inquinare l’aria e i polmoni del prossimo.

In questa schizofrenia massificata riusciamo perfino a sentirci “ecologici” per aver acquistato l’auto nuova Euro 1-2-3-4-5-6… o il televisore da 200” dotato di “eco mode”, così come siamo capaci di scendere in piazza pro (o contro!) la chiusura al traffico di un tratto di poche centinaia di metri di strada delle nostre città, come se da ciò dipendesse la nostra vita, come se non fossimo parte di un mondo che stiamo spingendo al declino e come se quel declino non fosse causato dal nostro consumismo, dalla nostra sindrome da collezionisti, attentamente esasperata e resa fruttifera da produttori di cianfrusaglie, che ci illudono di essere più ricchi, mentre ci spogliano di noi stessi, dell’anima e del Pianeta che ci ha ospitati finora.

Siamo in corsa verso il precipizio sul quale ci siamo spinti da soli, elevando la materialità e l’idea di ricchezza economica a fine supremo di vita e ora che questo meccanismo perverso, afflitto dall’inevitabile “crisi” cui la sua natura lo indirizza a causa dell’insostenibilità, accenna a rallentare, anziché cogliere al volo l’occasione per interromperlo e salvare il salvabile, iniziando un lungo e arduo cammino di speranza, cosa facciamo? Ci riuniamo attorno a uno, cento, mille tavoli, cercando il modo migliore per far “ripartire” i consumi e i profitti, cioè per accelerare la corsa verso il baratro anziché arrestarla.

È chiaro che siamo immaturi e irresponsabili, ma, soprattutto, incapaci di essere inoffensivi e di rispettare noi stessi, i nostri simili (umani e non), le forme di vita vegetali, l’ambiente e il Pianeta; anzi, se penso alle tonnellate di rifiuti spaziali orbitanti attorno alla Terra, con un amaro sorriso posso aggiungere che l’impronta più evidente dell’essere umano nell’intero universo è il suo inquinamento.

C’è soltanto un modo per invertire i nostri peggiori processi auto ed eterodistruttivi, ed è quello di praticare il rispetto assoluto e incondizionato nei confronti di tutti, quell’ideale che la filosofia eusebista si prefigge, anche in contrapposizione a tutti i pur validi e nobili ideali, che, tuttavia, finiscono per perdersi in particolarismi inefficaci, concentrandosi soltanto su singole parti del problema.

È tempo di crescere in consapevolezza e attribuire a ogni azione la giusta importanza, a partire dalla cessazione di consumi e stili di vita distruttivi e insostenibili, che non lasciano spazio ad alcuna possibilità di sopravvivenza, ma possono soltanto influire sulla durata del tempo residuo prima del tracollo di ogni equilibrio.

Il rispetto può essere soltanto verso tutti, altrimenti non è verso nessuno.

  • Tiziano Gianni

    Sono d’accordo.
    Come è detto nell’articolo,
    “Una strategia per rallentare e poi interrompere l’aggravamento dei danni – non una risolutiva è chiaro – potrebbe essere quella di cessare IMMEDIATAMENTE tutti quei comportamenti che li hanno provocati, come ad esempio l’uso del petrolio, la produzione di plastica, i trasporti altamente inquinanti (per non dire tutti), etc.”.